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BOTTI DA ORBI: TRIPLETTA WHISKY BROKER

Agosto, sete mia non ti conosco. E dato che – grazie a quel sant’uomo di William Haviland Cartier, inventore dell’aria condizionata – oggi possiamo agevolmente chiuderci in casa a temperature artiche mentre fuori infuria l’afa, perché non approfittarne?
Ecco dunque spuntare dal nulla come la Fata Morgana il miraggio di una serata casalinga chez Corrado, uomo di gusto raffinato che conosce il single malt almeno quanto la complessa arte notarile. In tale veste (di cacciatore di whisky, non di notaio), Corrado ha condiviso alcune delle sue ultime prede. In particolare, un terzetto di bottiglie a marchio Whisky Broker, che come voi tutti vecchi lupi di malto sapete bene, oltre a fare trading di botti ha pure una sua linea di single cask spesso a prezzi ultra-competitivi. Dunque aria condizionata, relax e via di tasting notes.

Speyside 24 yo (1995/2020, Whisky Broker, 60,2%)
No, non siamo del tutto rimbambiti. Partiamo dal più vecchiotto perché gli altri sono uno sherrone e un torbato. Distillato nella distilleria Speyside, il colore è chiaro, come ci insegna il Michele della vecchia pubblicità Glen Grant. Naso mattutino, nel senso che profuma di cereali e corn-flakes. O meglio, lascia intendere un’idea di cereali, perché la gradazione tonitruante tiene gli aromi al guinzaglio. C’è della frutta gialla (limone, pera, mirabelle), zucchero a velo e una speziatura leggera, come di macis. Non dimostra i suoi anni, ma dobbiamo ancora decidere se è un bene.
In bocca non è un peso piuma, ma se non finisci subito al tappeto, oltre quel drappo di alcol ecco una bella frutta: classiche mele, pere e limone, ma anche un accenno tropicale, come di frutto della passione. Cereale ancora. Finale pulito, con un che di erbaceo.
Dunque, tutto qui? Sta sceneggiata per dire queste tre banalità? Non ci arrendiamo e ci armiamo di acqua come Grisù, il draghetto pompiere. E con la nostra pipetta andiamo a diluire il mostro. Cosa che gli fa bene, soprattutto al palato. Al naso spunta della pasta di mandorle, un che di cartone non centratissimo e un tocco di lievito che fa a pugni con il suo ormai ragguardevole invecchiamento. Invece in bocca migliora proprio parecchi: spunta un’aria di foglie di menta, si fa gradevole e piccantino. Per certi versi ha un retrogusto come di acqua tonica! Anche nel finale la diluizione lo rende più fresco e abbordabile. Quel lato erbaceo si precisa: tisana di tiglio, erbe secche e un che di vermuth extra dry.
Un whisky che ha bisogno di una parafrasi, che va spiegato bene. La gradazione lo chiude a doppia mandata e serve un raffinato gioco di diluizione per trovare quella frequenza in cui riesce a dirci qualcosa. Quando lo fa, si presenta come un whisky che non dimostra per nulla i suoi anni, prova del fatto che i barili qui hanno fatto proprio il minimo sindacale. Un whisky piacevole, fresco e pulito, in equilibrio fra la frutta e l’acidità. La parte migliore: il finalino di carattere, fra l’erbaceo e il secco. Non un capolavoro, ma senza errori: 86/100.

Auchroisk 16 yo (2003/2020, Whisky Broker, 58,4%)
Secondo elemento della troika bourbon-sherry-torba. 14 anni in un hogshead refill, due in un first fill Oloroso. Il risultato è un bell’esemplare che fin dal primo naso sfoggia un delizioso aroma balsamico di legno resinoso e pino. Sauna finlandese, diremmo. C’è freschezza (pino, menta), ma anche un legno intenso, quasi affumicato. Il fornelletto della pipa? Si fa poi molto marrone: tamarindo a iosa, datteri, fichi secchi ripieni di mandorle, cioccolato al latte. Noci e nocciole. L’alcol c’è, ma ci risparmia la vita e non devasta tutto. In bocca resta resinoso, ma molto meno balsamico. E’ più una sensazione di legno profumato e incenso, ecco. Frutta secca varia, dalle nocciole ai datteri ancora, forse prugne secche. Cioccolato fondente adesso. Finale avvolgente e persistente fra uvetta bruciata, chinotto e cioccolato.
Anche qui l’acqua non è un optional, aiuta davvero a sbrogliare alcuni nodi. Al naso fa emergere un profumino di pan brioche alle uvette, mentre in bocca contribuisce a un retrogusto un po’ troppo amaro.
Il giudizio complessivo parte da un applauso alle care vecchie botti, che qui devono aver svolto un eccellente lavoro. La gradazione alta non pregiudica l’assaggio, anche se rende il palato un po’ difficile. L’acqua semplifica, ma – come dice Serge – it doesn’t swim well: non è un whisky che nuota con piacere, vira all’amaro ed esce dai cardini dell’equilibrio. Quindi giusto due goccine eh. Punto in più per la curiosa e ottima balsamicità, non frequentissima negli sherried. 87/100.

Ardmore 10 yo (2009/2020, Whisky Broker, 61,4%)
Non importa se tu sei leone o gazzella, imbottigliatore giovane o storico: avrai comunque un Ardmore 10 yo fra i tuoi rilasci. Sarà che siamo poco originali nelle nostre frequentazioni, ma ultimamente inciampiamo in Ardmore appena usciamo di casa. Anche qui un giovincello a grado dinamitardo invecchiato in ex Laphroaig barrel. Eppure al naso l’alcol non è ingestibile e la prima sensazione è un fumino profumato. Certo, 61 gradi danno una lieve nota di solvente, però poteva andare peggio. Mela verde, uva bianca e un che di garza, di medicinale gradevole. In bocca invece l’asticella è alta. Zucchero, con una torba bruciata. Suggestione pura: il carbone dolce della Befana. Ancora fumo aromatico, aghi di pino. Finale di zucchero affumicato. Molto noiose queste Botti da orbi, anche qui tocca aggiungere acqua. Operazione che complessivamente amplifica il lato vegetale. Al naso si fa più erbaceo ma perde un po’ il fuoco, si fa impreciso negli aromi; in bocca migliora parecchio, la torba si fa “verde” e la balsamicità aumenta; nel finale idem, balsamico e mentolato.
Non c’è niente da fare: quando la gradazione supera i 60 gradi, spesso il whisky è criptato tipo Tele+ negli anni ’90, quando si intuivano solo le ombre dei giocatori durante le partite in posticipo. Qui balena una dolcezza astratta, un che di profumato e una torba eccezionalmente verde, ma serve acqua per poter definire bene il quadro. Che non è male, ma non è neanche indimenticabile. 84/100.

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