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piccole rece che voi umani… vol. 7

Siccome non è vero che è l’attesa del piacere il piacere stesso, altrimenti chi muore di fame godrebbe da pazzi nel digiunare, noi portiamo avanti una filosofia contraria: assaggiare quante più cose buone possibili e farlo appena ne abbiamo la possibilità. Tipo quando a Corrado arrivano dei nuovi samples…

Clynelish 32 yo (1990/2022, Signatory, 45.9%)
I due cask 3478 e 3482 hanno dato 219 bottiglie. C: oro antico. N: chiamate Christopher Nolan, serve il remake di Interstellar perché questo è un primo naso spaziale. Una galassia di frutta e lucidi vari ci innesca una sinestesia: colori a olio tropicali. Ma anche grasso per lubrificare le scarpe, papaya spalmata sul mobilio come se fosse cera. E cera, anche. Mettiamo da parte questa prima anima olfattiva del whisky per passare alla seconda: ci sono barlumi di XIX secolo qui dentro, candelabri, feste in maschera, orge fra tendaggi e boiserie lucidate. Ma c’è altro, ci sono la pasta sfoglia e l’ananas, l’arancia ossidata e l’arancia rossa, le scorze di mandarini dragee, insomma un’agrumità decadente. Ultima cosa, ma non possiamo tacerla: sassi, mineralità, ruscelletto in un giardinetto zen. P: meno fruttato rispetto al naso, in compenso crescono l’influenza del legno e soprattutto la mineralità. Ci sono carta oleata e tela cerata, in un ideale connubio fra Barbour e una salumeria. Emeroteca, magnesia e sali vari. L’abbinata carta/legno continua, consente al palato di rimanere molto secco e austero. Stoppino di candela, canditi salati di cedro e spezie (pepe bianco). Il corpo è magnificamente oleoso. F: grafite, frutta secca (nocciole) e té verde Matcha.
L’unica cosa che lo trattiene dalla “Zona Van Basten”, ovvero l’empireo dell’eleganza, è un accenno di declino legnoso al palato. Per il resto è commovente, nella sua setosa commistione di mineralità e agrume. 91/100, senza dubbio.

Glenfarclas 37 yo (1979/2016, OB Family Casks for Eilin Lim, 46.9%)
Il bourbon cask #8818 ha dato 188 bottiglie per il primo imbottigliatore indipendente della Malesia. C: ambra. N: sa di cassetti in cui sono state imbalsamate anziane signore e ciliegie. Densissimo, un sipario di frutta gelificata cala pesante su tutto: ciliegie, ma anche prugne secche, con tanta arancia rossa e un ettolitro di Cassis. Siamo seri e proviamo a spiegare: nonostante sia un “plain oak cask”, che significa un hogshead costruito a partire da un bourbon cask, il tempo ha regalato note super evolute che ricordano quasi l’Armagnac, con tanto di frutta rossa processata. Pesche sciroppate, ma anche ananas disidratato. E After Eight. Col tempo si aggiunge un ulteriore strato di complessità, dato da una patina che unisce cera d’api, olio essenziale di arancia e resina, il tutto ambientato in un fienile. Sembra un naso caotico, ma è solo perché il lungo invecchiamento in bourbon consente di sviluppare qualsiasi seme aromatico. Epico. P: un succo di frutta con le stimmate della santità. Clamorosamente succoso è ancora reso. Proviamo a elencare la collezione di frutta: sicuramente mango, ancor più roboante la nota di litchees, poi ci sono ciliegie e scorza d’arancia, ma non quella normale, quella che è rimasta nel bicchiere quando il Negroni è finito. Pian piano si scurisce, come un tramonto che vira alla notte: pepe nero, té nero, cioccolato (nero? No, marrone come tutti i cioccolati). E nel mare di cacao puro, ecco del cardamomo… F: lungo e clamorosamente bilanciato, tra scorze di arancia, olio di noci, un guizzo amarognolo da bitter e frutta tropicale matura.
Eccezionale, uno di quei whisky che si ricordano per molto tempo. Non capita così spesso, eh, di ricordare nitidamente le sensazioni di una bevuta. Ma qui siamo davvero nel campo della perdizione e dell’abominevole bontà, con barile e spirito che si contendono il trono. Ne guadagna lo splendore dell’impero, e anche noi sudditi: 93/100.

Linkwood 30 yo Chinkapin finish (1992/2022, Infrequent flyers, 46.8%)
Il single cask #564 ha dato 219 bottiglie. C: rame. N: molto aromatico, fin da subito, con una frutta che va dal banana bread (che proprio frutta da fruttivendolo non è, ma insomma) fino all’uvetta cilena e a una parte aggrumata vibrante, tra arancia e mandarini. L’altro grande protagonista è La Spezia, nel senso di cardamomo, pepe e un senso quasi piccante e dolce di rye. L’alcol un filo punge, ma la morbidezza di certe note, come di merendina Fiesta e Mars, mitigano tutto. Il malto c’è, sotto forma di oatcakes, quei biscotti all’avena che accompagnano le assiette di formaggi. Cangiante e ricco, ora mostra un filo di fumo d’intenso è una frutta in evoluzione verso la maturità assoluta: marmellata di albicocche, cachi, ananas e un velo di cera. Caleidoscopico. P: subito molto dolce, e nel principio di diabete del primo sorso balenano di nuovo incenso e pure un tocco di sapone ai fiori di bosco. Esistono i frutti, ci saranno pure i fiori no? Sali da bagno, anche. Insomma, un palato “pulito” nel senso che ritornano note floreali e balsamiche tipiche dei prodotti per la pulizia del corpo. Si, ma la dolcezza com’è? Un attimo che ci arriviamo: vino liquoroso, biscotti al miele, caramelle alla frutta. Caramelle. E pure caramello, a dirla tutta, con un’idea di tarte tatin, magari con una pallina di gelato alla vaniglia sopra. Il legno è presente ma in maniera discreta e fresca, vegetale più che oscura e ipertannica. F: piccantino e dolcemente fruttato, ananas sciroppato, pepe bianco e sandalo.
Siamo nella metà dolce del cielo del single malt, che non è proprio la nostra cifra sensoriale. Però siamo seri: è una dolcezza speziata che viene dal malto e dal legno, non da qualche finish in barili ex-sciroppo, quindi rimane tutto molto equilibrato. La quercia Chinkapin che è così di moda in questi anni regala un profluvio di note, che riescono a non azzannarsi l’un l’altra. Non ha un preciso centro di gravità ma sa emozionare: 89/100.

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