
Una decina di giorni fa il nostro eroico reporter ha sfidato il Seveso esondato e uno di quei temporali infami che Milano ha imparato ad apprezzare fra mille blasfemie per fiondarsi in bicicletta allo showroom di Velier, a due passi dal Duomo. In cattedra c’era Benji Purslow, brand ambassador di Heaven Hill, accompagnato dal vecchio cuore rossonero Samuel Cesana.
Dunque, vi basti sapere che Heaven Hill, aperta in Kentucky a Bardstown nel 1935, è una delle 6 “legacy distilleries” americane, ovvero gli impianti che dalla Seconda guerra mondiale non hanno mai cessato la produzione. Si tratta anche del settimo produttore di alcol negli USA, il secondo maggior produttore (e venditore) di bourbon al mondo e la più grande azienda indipendente nel settore spirits americano. Infatti, la proprietà è ancora al 100% della famiglia Shapira, il cui capostipite Max giunse nel Nuovo Mondo dalla Lituania negli anni ’80 del XIX secolo, facendo fortuna con i negozi di vestiti e non solo.
Va beh, al netto dei dettagli storici, oggi Heaven Hill produce parecchi marchi, ma a tutti imprime una filosofia che non possiamo non apprezzare: “Ci piace fare whiskey più forti e più invecchiati dei concorrenti”, spiega Benji. Come fare a non applaudire?
Con Benji abbiamo chiacchierato dell’heritage di Heaven Hill, del boom di distillerie USA (erano 10 nel 2005, sono 2700 oggi), della produzione sempre gigantesca, dell’alambicco a colonna di 35 metri… Insomma, ci siamo stati tutto il pomeriggio, quindi di nozioni ne abbiamo apprese parecchie. Ma il tutto bevendo anche parecchi whiskey. Siamo partiti da un entry level che non abbiamo ancora recensito, ovvero l’Evan Williams. Che è stato lanciato nel 1977 in un decanter con bourbon di 7 anni e rischiò di essere spazzato via, dato l’insuccesso. La scelta fu invece renderlo più “facile” (un whiskeyfacile, diremmo noi con una certa dose di mitomania…): bottiglia quadrata perfetta per il trasporto, etichetta in bianco e nero per una stampa più economica… “Una cosa da bere a casa”, come dice Benji.

Evan Williams (2025, OB, 43%)
Invecchia fra i 5 e 6 anni, con un mash fisso: 78% mais, 10% segale, 12% orzo maltato. Piccola nota: Evan Williams era un gallese, fu tra i primi a stabilirsi a Louisville in Kentucky e il primo ad ottenere la licenza. C: ambrato. N: profumato e aperto, con ananas caramellato coperto da un mix di spezie (cannella soprattutto). Sciroppo d’acero, mais, vaniglia e un cenno di fungo. P: potente, speziato, con caramello al burro sul toast e ananas di nuovo. Una certa piccantezza (la segale?) e una parte tostata che ricorda noci pecan e burro d’arachidi. F: crema di arachidi e zenzero.
Va valutato per quel che è, ovvero un bourbon entry level. E paragonato ad altri concorrenti. In quest’ottica svolge il suo lavoro, e ha anche una certa piacevolezza. Poi va beh, è un bourbon di consumo, da mixology, da tumbler con ghiaccio, corto e con poca profondità. Ma nella sua categoria non è affatto male: 78/100.

Evan Williams single barrel (2014/2022, OB, 43.3%)
Non è la prima espressione del single barrel che assaggiamo, avevamo bevuto questa e ci era piaciuta. Oggi beviamo un 8 anni, il colore è simile al base, così come la gradazione. N: evidentemente più profondo, la frutta assume uno spessore diverso, emerge della papaya, l’ananas è più succoso, c’è del cocco e della banana cotta. Il legno si fa apprezzare, ancora crostata al caramello e noci pecan, spezie miste con la solita cannella e vaniglia. Un che di tostato e di cuoio. P: più pieno, con l’onnipresente ananas che si alterna alla mela rossa. C’è quasi del cioccolato, della liquirizia ripiena. Anche la parte piccante è più evidente. Copre bene il palato, c’è anche una nota di tè e di brioche all’uvetta. F: legno, cannella, ancora brioche e caffelatte.
Non c’è davvero partita, e se pensiamo che qui stiamo sui 35-38 euro beh, è ovvio che un bevitore privato scelga il single barrel. Più profondo, più pieno, più soddisfacente e sfaccettato. Confermiamo la nostra buona impressione e anche il voto: 84/100.
Intermezzo rye: abbiamo bevuto il Rittenhouse, ma lo abbiamo recensito poche settimane fa. Procediamo oltre. E andiamo ad assaggiare due Elijah Craig, dopo il bourbon small batch che già trovate nel nostro archivio. Ah, altro dato che buttiamo lì: lo stock nei 70 magazzini è di 2,1 milioni di barili.

Elijah Craig Straight rye (2024, OB, 47%)
Stesso mash di Rittenhouse (51% rye, 35% mais, 14% orzo maltato). Invecchiato fra i 7 e i 9 anni. C: ambrato. N: si apre con una peculiare nota di bitter, quasi assenzio addirittura. Bitter all’arancia, dai. C’è un guizzo ossidato che balena qui e là nelle note di frutta cotta, di banana, di arancia succosa. Ci sono le immancabili vaniglia e cannella, ma la speziatura è inferiore rispetto al Rittenhouse. In compenso l’olfatto è più dolce, zucchero di canna e sciroppo d’acero. P: dolce, sciropposo e denso: pesche e mango sciroppato, composta tropicale. Toast al burro, cioccolato bianco e caffè tostato. Bello cremosino, con una piacevole zaffata di eucalipto. F: ancora tostato, mou e finalmente la piccantezza del rye. Mele cotte.
Più bourbonoso del Rittenhouse, apprezziamo la cremosità e la piacevolezza, che non disdegna qualche sfumatura complessa. Il voto uguale (83/100) non è per il carattere rye, ma appunto per il generale sorso godurioso.

Elijah Craig 12 yo barrel proof (2022, OB, 62.4%)
Chiudiamo con il bourbon a grado pieno della casa, che fino a qualche anno fa era un 12 anni, mentre ora è variabile, anche se l’età è sempre indicata comunque. Questo è il batch C922. C: cremisi. N: possente, con una bordata ad alzo zero di ciliegia sotto spirito, cioccolato e smalto per le unghie. Ci sono ancora i sentori di cocco tostato e di spezie, ma domina il legno carbonizzato, con il suo portato di caramello scuro, di zucchero brulé. Noccioline e nafta, o forse gomma. Però tutto piacevole. P: l’alcol è incredibilmente ben integrato, la frutta dominante è l’arancia amara, con una ventata di mentolo e clorofilla. Toast con marmellata di arance, pesche sciroppate, croccante alle mandorle. Di nuovo lo smalto, ma intessuto nella dolcezza. Legno ben presente. F: pieno, con una incantevole nota di brioche ai frutti rossi e sensazioni balsamiche. Pazzesco.
Impressionante l’intensità. Non è che la gradazione da Terzo Cavalleggeri non si senta, eh. Però è al servizio della potenza aromatica, non è fine a se stessa. Un grandissimo bourbon, forse per rapporto qualità/prezzo fra i migliori sul mercato. Fra gli over proof, a nostro gusto fra i top: 88/100.
