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Springbank 24 yo cask #441 (1966/1990, OB, Local barley, 60,7%)

È Natale, i parenti sono andati via, i bambini sono a letto, non è il caso di guardare l’ennesima puttanata su Netflix. Quella malinconia tipica delle feste ci fa venir voglia di brindare alla caducità dell’esistenza e ci fa aprire il cassetto dei sample rari, quelli delle grandi occasioni, quelli che ci sono costati tanto e che dunque facciamo fatica ad aprire in un anonimo martedì di marzo, per dire. L’occhio, già un po’ spento dai bagordi della giornata, vaga tra i nomi, tra le annate, e pigro come un bombo sovrappeso a un certo punto si posa su uno Springbank del 1966: il cask #441, botte ex-Sherry evidentemente molto attiva, 24 anni di invecchiamento, uno dei single cask “pre-Local barley”, ovvero un Local Barley, con l’etichetta gialla come l’abbiamo perfettamente presente, ma senza ancora la dicitura “Local Barley” in etichetta. Qui trovate una lista di tutte le release, e vedete come la #441 sia il secondo imbottigliamento mai fatto in questa serie, affiancato da due sister casks come la leggendaria 443 e la 442. Il 1966 è considerato, anche grazie a imbottigliamenti come questo, l’anno d’oro di Springbank, un momento magico che racchiude tutta l’inarrivabile straordinarietà di un distillato eccezionale, in un’epoca dorata. Ma troppo si è detto, troppo si è scritto, si beva. Il colore è mogano scuro.

N: beh, solo il nostro innato rispetto per il senso di religiosità diffuso ci trattiene dal prorompere in esclamazioni che tirano in ballo il divino! Qui è difficile orientarsi, o meglio: è difficile stabilire gerarchie, fare ordine in un tripudio di aromi straordinariamente compatti (siamo pur sempre di fronte a un whisky da oltre 60%) e straordinariamente complessi. Andando per gradi, e volendo essere del tutto onesti, la prima cosa da dire è che, cazzo, è buonissimo. È un misto tra uno sherry carico e però limpido, pulito e fruttato, e un camino spento, erbaceo e balsamico: abbiamo note quasi di cola, di marmellata di mirtilli e di liquore di ciliegia, di cuoio e di carta vecchia, di emeroteca e legno lucidato, di tabacco da sigaro, di pepe e di salsa di soia rappresa da giorni, di timo e di rosmarino bruciato, di liquirizia (anzi, di quella salvia che sa di liquirizia, come si chiama?), di sciroppo per la tosse di quelli super erbacei e ‘amari’, da non dare ai bambini, al limite dell’Unicum. C’è anche una cera strana però, sembra un alveare che trasuda miele ma all’interno dell’officina di un meccanico. Col tempo si fa più tagliente e austero, vien fuori un sentore di pesce bruciato, viene fuori Campbeltown. L’aggiunta di acqua lo rende più polveroso, i mobili antichi non sono più appena lucidati ma impolverati e abbandonati in una cantina umida.

P: semplicemente straordinario. Replica il panorama percepito al naso, con un primo impatto assai austero, tutto giocato sulle erbe aromatiche, sull’eucalipto e il timo bruciato ancora, parte anche più fumoso, o meglio più ‘scuro’ e fuligginoso, acre quasi, pelle di orata bruciata, menta e caffè amaro… Ma attenzione, uno da queste note si aspetta che sia un whisky amaro appunto, un po’ astringente, e invece non lo è per niente, perché al contempo si squaderna un mondo nuovo fatto di frutta secca, di fichi e mirtilli secchi, di cola, di pasta di datteri… Gli amati dolcetti turchi al melograno, ma bruciati (ha senso?). Ancora bilanciato tra un ‘chimico’, un fenolico da officina, una balsamicità da concentrato di erbe per la tosse e una carezza di frutta ricca, appiccicosa. Tabacco. L’acqua lo rende un orgasmo, apre ancora di più la quota di frutta e cola ma tiene ben aperta la porta alle erbe officinali. Totale.

F: lunghissimo (quanto dura? Ma smette mai, a un certo punto?), anch’esso un insieme inscindibile di frutta e eucalipto, di fumo spento e dattero, di carta polverosa e legno e confettura di arancia amara, caffè e mirtilli, fichi e erbe balsamiche. Incredibile, davvero, mai affrontato un profilo del genere.

Non perdiamo tempo, la recensione l’avete letta e quello importa. Il 96/100 che arriva adesso è un ovvio esito, ma fidatevi, non conta niente. Conta solo il fatto che il bicchiere adesso sia vuoto, il sample pure, ora ci sono solo tremenda tristezza e incredula gratitudine. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Rain dogs

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