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il nome della rosebank

“Sono forse tre samples di Rosebank quelli che vedo laggiù in mano a Corrado?”, chiese Guglielmo da Baskerville, assetato

Non ce l’abbiamo fatta a trattenerci, ci è scappato un gioco di parole da mediocri quali siamo e ci abbiamo fatto il titolo di questo post. Il quale raccoglie tre rece di tre whisky provenienti dalla gloriosa distilleria delle Lowlands un tempo chiusa e ora in procinto di riaprire (le ultime voci dicono che il gruppo Ian MacLeod che ha investito nella riapertura potrebbe inaugurarla a Natale).
Ad ogni modo, in attesa di assaggiare il nuovo frutto degli alambicchi del gigante addormentato e risvegliato, ci ha pensato Corrado nostro, patrono dei samples acquistati in rete, a mettere in fila tre samples di tutto rispetto: tre imbottigliatori indipendenti diversi per tre single malt distillati a inizio anni ’90. Se non ci fosse, Corrado bisognerebbe inventarlo, brevettarlo e difenderlo come la ricetta della CocaCola.

Rosebank 16 yo Connoisseurs Choice (1991/2007, Gordon & MacPhail, 40%)
Iniziamo con un imbottigliamento GMP che recita “refill sherry hogsheads”, al plurale, quindi non un single cask. C: paglierino. N: intrigante, setoso e pastoso. Tre aggettivi così, per far capire che siamo dei cialtroni pennivendoli. Si apre su note frizzantine, di cedrata, fiori secchi e anche umeshu. Un sour whisky, da non confondersi col whisky sour. Bucce di mela verde e soprattutto uva bianca da tavola (ma proprio tanta). Anche foglie di banano, platano verde. Lo sherry è veramente leggerissimo, porta con sé solo un’idea di vinosità fru-fru: vino rosé di Provenza, diremmo. P: il grado basso non giova (e quando giova???). Coerente con il naso, il primo sorso riproduce la stessa frutta acidina, poi però si arricchisce: pesche, melone, parecchi kumquat. Speziato il giusto, ha qualcosa del ginger ale. Il barile qui è più evidente, con note più classiche di tabacco da presa, fave di cacao e un velo di ossidazione che fa tanto OBE. F: radici e coriandolo, sinonimi di piccantezza e legnosità. Più secco, meno fruttato, cacao.
Un bel profilo, che va bevuto a secchi. Intendiamoci, non è uno dei tanti whisky di cui diciamo “ne berremmo a secchi”. No, qui intendiamo che per comprenderlo bene e goderselo bisogna fare sorsi generosi: l’esile natura del malto e l’invecchiamento combinato al grado basso rendono necessario avere una quantità considerevole di liquido in bocca per capirci qualcosa. Quando succede, la delicatezza dello sherry e delle note di Rosebank emergono alla grande. 87/100.

Rosebank 10 yo Murray McDavid (1992/2002, Murray McDavid, 46%)
Qui abbiamo un single cask, per la precisione bourbon barrel #1413. C: paglierino pallido. N: abbastanza distillatoso e tira pure un po’ sull’alcol. Lievito, farina sparsa in un laboratorio di panificazione. In effetti le note che ci vengono in mente sono anche quelle della pasta di pane. La frutta è quella classica dei whisky giovani, quindi limone e bergamotto, bucce di mela renetta, pera kaiser. Chiudono un naso francamente poco emozionante un tocco metallico e una sensazione di erbe di montagna essiccate. P: migliora. Nel senso che il profilo non cambia (ancora una modesta accoppiata lieviti e succo di limone), ma il corpo, maltoso e oleoso, lo rende piacevole al palato. Ananas acerbo, lemongrass e zenzero fresco. Qualcosa quasi di mou, a sottolineare un accenno di cremosità. Il retrogusto è lievemente erbaceo ed amarognolo. Erbe amare, come quelle della Pasqua ebraica che simboleggiano la schiavitù in Egitto. Che bello quando infiliamo nozioni storiche random nelle recensioni. F: non lunghissimo, brioche alla nocciola, spezie.
Niente di speciale, niente di imbevibile. Un whisky come tanti, molto giovane (più del previsto), con un palato più godibile rispetto all’olfatto, ma che non ci fa venire voglia di indebitarci per comprarlo: 84/100 è il voto.

Rosebank 20 yo Chieftain’s (1990/2011, Ian MacLeod, 55.7%)
Chiudiamo con il butt #3616, che ha dato 619 bottiglie. C: oro carico. N: profuma di governante di Heidi: la severità in un bicchiere. Legno, tappezzerie dimenticate. C’è una dimensione erbacea di semi di finocchio e agave cotto, che si mescola ai cereali e alle frutte, pesche, mele, pere e pompelmo rosa (olio esseziale di). Cresce la parte acidina, che gli antichi chiamavano “vomitino”. Limone, rabarbaro e un filo di fumo leggero. Metallo surriscaldato, anche. Curioso. P: rimane affilato e si fa salato, con il primo palato monopolizzato da mele, limone e liquirizia. Anzi, salmiak per essere pignoli. Non ha un andamento unanime, piuttosto tante suggestioni eccentriche che si dipanano. C’è una nota “alta” e tropicale di ananas e kiwi, seguita da una profonda e di riduzione di salsa di soia e pollo al limone. Con acqua si allarga, ed aumenta la liquirizia. Frutta secca e legno. F: medio, con limone, pompelmo giallo, bastoncino di liquirizia e del cioccolato così, che si presenta pur non essendo stato invitato.
Anche qui non siamo nei territori della gioia incommensurabile, non cantiamo lodi al Signore degli alambicchi. Però manco lo nominiamo invano, dai. Un whisky molto dritto e appuntito, che però svaria troppo fra suggestioni diverse e sembra non avere un vero centro di gravità degustatoria. Secco e acido, fruttato e legnoso, erbaceo e liqurizioso, un po’ di tutto senza davvero accontentare nessuno: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Blanco – L’isola delle rose, così potete prendere a calci anche voi i gerani in giardino come lui a Sanremo

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