Ne è passato di tempo da quando con la maraviglia negli occhi bevevamo il primo Daftmill della nostra luminosa carriera di apprendisti pazienti di epatologia. Eppure la distilleria del Fife continua ad intrigarci come se fosse sempre la prima volta. Situata poco distante dalla A91 che da Stirling porta a St. Andrews, è un progetto talmente anacronistico nel suo essere fieramente indipendente che ci fa sperare bene nel futuro dello Scotch. Famiglia di agricoltori, distillazione limitata a quando in campagna non c’è altro da fare, fermentazioni lunghe, qualità assoluta. Gli alambicchi sono entrati in funzione per la prima volta nel 2005, ma al contrario di altre realtà, qui si è deciso di aspettare parecchi anni prima di mettere in commercio il whisky. Oggi per esempio assaggiamo il primo 15 anni mai rilasciato, a grado pieno, prodotto da orzo di varietà Chariot. Si tratta di un vatting di 28 barili first fill ex bourbon, che ha dato 5.338 bottiglie. Ringraziamo per il sample gli amici di Pallini, il distributore italiano. Il colore è un paglierino brillante, una roba che viene in mente il campo di grano accarezzato da Massimo Decimo Meridio nel “Gladiatore”.

N: una prima colazione da campioni, ma senza caffè. C’è – e non è una sorpresa – un cereale protagonista assoluto. Cereale multiforme, come cornflakes, come pane fragrante, ma anche come spighe. E non sappiamo voi, ma noi le spighe di orzo nel latte non le abbiamo mai messe. Corrado ci regala una suggestione: veneziana con la glassa sopra, a testimonianza di una golosa nota di burro e vaniglia che arriva direttamente dal first fill. Molto compatto e coerente, con mele gialle, banana, ananas essiccato, confetti alla mandorla (anche baklava), miele e limone. Anche ciliegia candita, di quelle che ti mettono nel Manhattan. Qui e là, ma forse Zuc ha le traveggole, ci sono lampi più sporchini, quasi di minestra in brodo, che compaiono e spariscono subito. L’alcol non è innocente, mena un po’ troppo forte.
P: molto dolce, ma anche molto dritto e preciso. Di nuovo i cereali comandano l’orchestra, e il primo sorso è una trasposizione liquida dell’arte della panificazione. Brioches, pan brioche, biscotti, il tutto glassato in maniera delicata. Quindi glassa all’europea, non quella glassa americana che ti schianta le coronarie solo a guardarla. Il chicco d’orzo croccante riempie la bocca e porta con sé una dimensione più erbacea e speziata, che gioca tra semi di finocchio, anice, cumino e zenzero. Questa freschezza contribuisce a mantenere il tutto equilibrato, dolce ma teso. Miele in cristalli, bergamotto, cocco disidratato. Un dram giallo.
F: non lunghissimo, forse qui un filo troppo dolce: zucchero a mazzi, sciroppo al limone, cereale e albedo di limone.
Uno degli slogan più abusati dalle nuove distillerie agricole, ovvero “from grain to glass”, dal chicco al bicchiere, è perfettamente riassunto in questo dram. Un distillato tecnicamente impeccabile, che esalta le note dell’orzo e la sua naturale dolcezza, a cui si somma quella del barile. Ci sono due piccole falle però, per il bevitore finale: la prima è l’alcol, che al naso è davvero eccessivamente graffiante; la seconda è il finale, l’unica parte in cui il bilanciamento si perde un po’ e tutto pende verso la zuccherinità. Per questi due nei, diamo un comunque lusinghiero 86/100. Domani ne proviamo un altro, stavolta indipendente…
Sottofondo musicale consigliato: Baxter Dury – Almond milk
