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THE WHISKY CELLAR: 5 WHISKETTI SCATTANTI

Real Madrid-Manchester City in tv, il meglio del calcio europeo va in onda sugli schermi incastonati fra bottiglie di Ardbeg nella cornice del Mulligan’s Pub di via Govone. Il Mully è così, è il San Siro del whisky, e quindi se a Milano si tiene un evento c’è da giurarci che il covo di Beppe Bertoni sarà il teatro ideale. Se poi c’entrano Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, potete giocarvi il Port Ellen che tenete in cassaforte.
Ecco perché mentre Vinicius e De Bruyne si prendevano a sassate, noi eravamo seduti belli sereni e paciarotti nella sala degustazione, con davanti 5 dram. Sono cinque degli imbottigliamenti di “The Whisky Cellar”, etichetta indipendente con sede a Edimburgo. Dietro c’è Keith Bonnington, che dopo una ventennale carriera nel mondo dello Scotch (Macallan, tra le altre), è diventato Keeper of the Quaich e ha deciso di buttarsi in prima persona nell’avventura della selezione di whisky. Finora ha imbottigliato 6 serie della “Private cellar selection” (single malt e single grain), e oggi arriva in Italia importato da “Spirits & Colori”. Le bottiglie sono squadrate e le etichette hanno quello charme e quell’originalità tipiche delle insegne sui garage nella periferia di Aberdeen, ma a noi interessa il contenuto.

Glentauchers 14 yo (2008/2022, The Whisky Cellar, 53.8%)
Dal first fill bourbon barrel #289 sono state tratte 235 bottiglie. C: oro. N: se il paradiso è così, chiamiamo subito i radicali di Cappato e ci facciamo accompagnare in Svizzera per l’eutanasia. Delicato, con accenni floreali (fiori bianchi, gelsomino). Poi emerge una nitidissima torta di mele, di quelle fatte in casa, morbide e bagnatine, con sopra una crosticina di zucchero vanigliato. La botte di primo riempimento si sente ma non svacca, cocco, Ciocorì bianco, Danette alla vaniglia. In un naso da pasticceria, ci sono refoli di freschezza e variazioni di legno. P: non solo mantiene le promesse, ma forse migliora addirittura. Molto pieno, cremoso, avvolgente e bilanciato. La dolcezza è sicuramente protagonista (mele cotte, torta di mele, torta di pesche), ma non prende mai la deriva stucchevole. Di nuovo un tocco di cocco, pera caramellata, ma anche un lato più piccantino, tra lo zenzero e il pompelmo. Di rara pulizia, nonostante il barile molto attivo. F: non lunghissimo, tra miele di tiglio e cereale.
Un inizio col botto, il nostro tavolo (Tagliabue, Martial, Lagonigro e Coggi-san) è in visibilio. Tutti concordi: un whisky eccellente, da bere a fiotti, pericoloso nella sua spettacolare agilità di sorso. Il voto lo diamo alto: 89/100 e non ce ne pentiamo.

Benrinnes 11 yo (2010/2022, The Whisky Cellar, 56.2%)
Un anno di affinamento nella barrique #311020 che aveva contenuto vino rosso Pauillac (Bordeaux). 267 bottiglie. C: rame rossastro. N: eh, il paradiso è durato poco. Ma ce lo aspettavamo, perché i finish in vino rosso non sono la nostra tazza di té, come direbbero gli inglesi, gente che potrebbe serenamente bere vino alle cinque del pomeriggio e té a cena con le ostriche. Comunque, il naso è subito fieramente secco, diretto e spigoloso. Importante sensazione di metallo, a cui si sommano foglie autunnali e frutta secca. Molto severo. P: la severità sconfina un po’ con il sadismo. Molto vinoso, con sconfinamenti nell’amaro. I tannini sono ben presenti, quasi masticabili. E si traducono in note di pane di segale, liquirizia e cioccolato amaro. Anche marmellatina di frutti rossi. Con il tempo si smussano le asperità e tutto si fa più facile. L’acqua migliora il naso ma squaglia il palato. F: lungo, oleoso, con castagne e erbe di montagna.
Keith ha spiegato che – come un po’ tutti gli imbottigliatori indipendenti – il suo obiettivo è rispettare il dna della distilleria ma dargli un “tocco” personale. Missione compiuta, ma il risultato non è un capolavoro di eleganza. Il vino spara un po’ troppo e la bevuta diventa faticosa, ricca ma faticosa. Un po’ come andarsene da una banca appena svaligiata con 20 kg di lingotti nelle tasche. Tradotto in numero: 82/100.

Longmorn 11 yo (2011/2022, The Whisky Cellar, 56.7%)
Tripla maturazione: prima in bourbon, poi 18 mesi in Sauternes e infine 6 mesi in Oloroso. 295 bottiglie. C: rame. N: non avremmo indovinato la distilleria nemmeno per sbaglio. Un primo naso arzigogolato, bizzarro, con screziature sporche e sulfuree che non avremmo accostato a Longmorn. Anche qualcosa di sudato e una nota di solvente. Non le tasting notes più encomiastiche di sempre. Un naso umido, autunnale, in cui balena dell’arancia, del miele, forse un guizzo di sapone. C’è del caos, in questo whisky. P: il palato divide, nel senso che per alcuni continua nel marasma sensoriale dato dal triplice invecchiamento, mentre per chi scrive un po’ migliora. Si fa più sherroso, con noci, liquirizia, caffè in chicchi e ancora tocchi sulfurei su un sostrato di pesche sciroppate (Sauternes?). Liquoroso e vinoso insieme, è tutto tranne che banale, ma anche tutto tranne che beverino. F: amarognolo e dolciastro, mandorle, mela rossa e liquirizia. La parte migliore.
Anche qui siamo in terreni accidentati, irti di insidie. Due finish differenti sono vagamente sospetti, fanno subito pensare a qualche magagna da correggere. In tal caso, la correzione è riuscita in parte, nel senso che non siamo di fronte a un whisky drammaticamente sbagliato, ma neanche di fronte a un whisky ben fatto. Siamo lì nel mezzo tra originalità ed esperimento scombiccherato. A qualcuno piacerà, a noi non tanto: 81/100.

Benriach 22 yo (1997/2020, The Whisky Cellar, 57.1%)
Quattro anni di finish in botti ex rum panamense: 189 bottiglie. C: paglierino. N: una graziosa scampagnata nel paese della frutta varia (ananas, prugnette gialle, maracuja). Non è una bomba di intensità, forse la gradazione lo intimidisce. C’è da dire però che l’alcol sembra comunque ben integrato. Con una leggera diluizione si fa più divertente, con cedrata, soda all’ananas e bananine Haribo. Dimenticavamo, c’è anche una parte di cereale, ovviamente. Il rum non sembra aver impiastrato troppo il whisky. P: qui invece si sente un po’ di più, anche se non vi dovete aspettare colate di zucchero. Il primo sorso ricorda la colomba pasquale, con le mandorle e la glassa. Piuttosto grasso (burro?), mostra una frutta più asprigna, dal kiwi golden alla mela renetta. L’acqua sprigiona anche un guizzo mineralino. F: piacevole, pulito, lime e orzo e zucchero d’orzo.
Qui si risale, decisamente: 85/100. Non un whisky indimenticabile, ma un buon whisky, in cui il finish in rum ha aggiunto qualche abbellimento all’ambiente, piuttosto che rovesciare l’appartamento. I barili non dovevano essere eccessivamente carichi, così essenzialmente l’affinamento ha portato una dolcezza vegetale supplementare. Ci sta.

Bunnahabhain 10 yo (2011/2022, The Whisky Cellar, 55.4%)
Prima nota: è uno Staoisha, più che un Bunna. Il che significa torba. L’ex bourbon barrel #794 ha dato 294 bottiglie. C: oro. N: avevamo iniziato la serata con un gran naso, la chiudiamo con un naso eccellente. Spettacolare fusione di note affumicate (bacon), erbe e quel profumo inconfondibile che ti invade le narici quando entri in un pub di Islay in cui brucia la torba nel camino. C’è poi un’altra suggestione: la pelle salata e calda dopo aver fatto il bagno al mare. Un tocco di cumino, cedro candito e olio di lino. P: perfetto. C’è una precisione quasi da orologiaio nel susseguirsi delle sensazioni: le aringhe affumicate portano a un mouthfeel oleoso, che ricorda il caramello salato, che a sua volta porta con sé una torba dolce, che una volta assopitasi lascia un retrogusto pulito e un po’ erbaceo di aneto, lime affumicato e rosmarino. F: pane salato e pesce affumicato. Il pane con l’aringa olandese. Con spezie dolci.
Ci rendiamo conto che le note di degustazione messe così non siano impressionanti, e che un 88/100 sembri tanta roba. Ma non è l’eccentricità l’arma segreta di questo Bunna. Piuttosto, è la solidissima qualità di un malto puro, senza grilli per la testa, dolce e potente insieme, che avvolge il palato e si fa ricordare.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Drake – Cello song

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