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glenturret 30 yo (2021, OB, 41.6%)

Assaggiare la storia può avere diversi effetti. Se andate in biblioteca Sormani qui a Milano, chiedete una prima edizione di fine Ottocento e date un morso, prima che il bibliotecario vi picchi con un bastone potreste sentire al palato note di carta vecchia e sudicia, polvere e vergogna. Se invece date un sorso al whisky prodotto dalla più antica distilleria di Scozia, beh, teoricamente l’esperienza dovrebbe essere migliore.
Glenturret si fregia di questo record e fa bene a farlo, che di questi tempi appena ti distrai nasce una nuova distilleria, quindi chi ha una storia deve farla pesare. Parallelamente, la distilleria negli ultimi anni ha attraversato un periodo di rinnovamento: prima il passaggio dal gruppo Edrington al gruppo Lalique, poi recentemente la rivoluzione del core range. Del quale oggi noi assaggiamo il top, ovvero il 30 anni, che si avvale dell’influenza di botti di rovere europeo di primo riempimento. Pronti a entrare nella storia? Il colore è ambrato e noi siamo in tre a recensire: Jacopo, Zuc e Corrado, un decennio ciascuno.

N: pronti, via e ognuno dice la sua. Jacopo: vomitino di neonato. Zuc: cachi un po’ andati. Corrado: cioccolato. Diciamo che a Corrado il primo naso è piaciuto più che agli altri. Provando a mediare, l’attacco è piuttosto acido, pastoso e fruttato. Dopo qualche secondo – e per tutti i minuti successivi – pian piano l’albicocca prende il sopravvento: sia albicocca secca, sia marmellata biologica artigianale, sia soprattutto succo d’albicocca industriale. Sembra uno scherzo, ma c’è effettivamente una dicotomia tra un che di chimico (i prodotti per trattare e lucidare il legno) e un che di fatto in casa e imperfetto (miele d’acacia grezzo, rigorosamente da api non maltrattate). Screziature sporchine, di zolfanelli e di cantina. Un naso non del tutto risolto e un po’ grossolano. Qualcuno parla di “effetto Bladnoch”, a indicare una certa mancanza di distinzione e raffinatezza nonostante l’età…

P: la frutta cotta (mele) prende il comando, in un amalgama di toffee, cannella, Amaretto, mandorle e marmellate di albicocca e pesca. Pastoso e masticabile, anche se la prima sensazione non è di estrema complessità. Proseguendo, emerge una parte amarognola, tra le bucce di frutta e il té super-infuso. L’invecchiamento è al limite, forse anche un filo troppo in là, il barile comincia a reclamare con insistenza il suo tributo di legno e astringenza. Il corpo è oleoso, con parecchia frutta secca. Gradazione corretta, ma manca comunque qualcosa.

F: Amaretto, noci, albicocca secca e legno amarognolo astringente.

Vi avevamo promesso meno diplomazia, quindi saremo papali come Bergoglio: sembra un whisky per americani. Nel senso che tutta la bevuta, dal primo naso al finale, è caratterizzata da una ricchezza un po’ esibita, poco elegante e sbattuta in faccia. Non è semplice da spiegare, ma da un whisky di 30 anni ci aspetteremmo un legno raffinato, una frutta evoluta e un mouthfeel vellutato: in questo Glenturret, che pure non è un cattivo dram – non troviamo nulla di tutto questo. A questo aggiungiamo che sembra aver passato il culmine dell’invecchiamento e sembra preso per i capelli, come le pornodive nella categoria “rough sex”. Noi siamo più romantici, 85/100, con rammarico.

Sottofondo musicale consigliato: Moravagine – Occasioni perse. Disclaimer: turpiloquio nel testo e disgustosi versi sessisti.

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