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Amrut 2014 ex Caroni cask (2014/2020, OB per Velier, 60%)

A volte basta una lettera per cambiare la storia. Ed è così che all’ultimo Milano Whisky Festival il celeberrimo detto “andare a Canossa” è stato definitivamente cambiato in “andare a Canessa“. Così come Enrico IV stette tre giorni e tre notti scalzo di fronte al palazzo di papa Gregorio VII prima di essere perdonato, noi siamo stati tre giorni a ronzare intorno all’Angelo del whisky, pontefice assoluto dello stand Velier. E quando abbiamo ricevuto udienza, gli abbiamo scroccato di tutto. Compreso questo single cask, una specie di testata nucleare liquida: una limited edition del single malt indiano Amrut, invecchiato in uno dei barili ex Caroni di Luca Gargano (il #5142) e imbottigliato nel giorno del suo sesto compleanno a una gradazione da crimini contro l’umanità. Ce ne sono 162 bottiglie. Zuc e Corrado ci dicono com’è.

N: l’inizio è… “delicato”, direte voi. No, col piffero, è una sberla alcolica che ti viene da girare la faccia dall’altra parte. Però è un attimo, giusto come gli schiaffi. E si entra in un mondo di complessità. Prima di tutto si riscontra chiaro chiaro il dna di Amrut, con quel suo cocco disidratato all’ennesima potenza, accompagnato da un sentore fresco, diciamo di aloe. Accanto, con il tempo, emerge il rum, anche se non diremmo Caroni. O meglio, un filo di idrocarburi forse è distinguibile, ma vince nettamente la parte più vegetale, che ci farebbe quasi dire rhum agricole. Questo lato, fatto di banana verde, kiwi gold e daiquiri con il lime, è quella vincente. Sotto, una dolcezza più basica, di Ciocorì e cioccolato bianco. Un filo di fumo, che chissà da dove arriva.

P: squisitamente, dannatamente sour! Un whisky sour in bottiglia, con un lime pimpante che spunta ovunque, qui ancor più nettamente rispetto all’olfatto. Anche qui quel tocco di fumo, anche qui il lato verde e fresco che domina, le note agricole che spiccano. La frutta è identica: banana verde, kiwi e pomelo. L’alcol perfetto, e non è facile. Sviluppa una spettacolare nota di diesel, che ormai costa come il Caroni, con virgole di fuliggine sparse qui e là. Sorprendente.

F: lungo, ancora acidino (kiwi, mela verde), dolcezza da succo di canna.

Non è un whisky per chi ha fretta. Serve tempo per lasciarlo aprire, per capirlo, per apprezzarlo. Di certo è molto particolare, quasi unico, con un profilo funky assai bizzarri, eppure tutto sommato equilibrato. A dire la verità non ci aspettavamo né la sostanziale piacevolezza al palato, né la vibrante acidità. Lo promuoviamo convinti con un 87/100. Ma da qui a dire che ne berremmo a garganella…

Sottofondo musicale consigliato: The Oasis – The Hindu times

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