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Il gioco delle coppie: Lagavulin 10 yo (2005/2015, Gleann Mor, 53,4%) vs Ardbeg 12 yo (2003/2015, Gleann Mor, 53,7%)

Piccolo quiz linguistico: perché Gleann in gaelico significa “valle”, Mòr significa “grande” e la sede dell’imbottigliatore indipendente Gleann Mòr è a Dunbar, sulla costa a poche miglia da Edimburgo? Semplice, perché gli scozzesi sono dei giocherelloni un po’ picchiatelli, il che spiegherebbe anche la presenza del profilo di un nativo americano nel logo. Oppure perché esiste un generatore di marchi di imbottigliatori che mescola a caso lemmi gaelici senza alcuna aderenza alla geografia. Ad ogni modo, possiamo anche fregarcene. Ci basti sapere che il marchio è stato fondato nel 2013 da Derek Mair, l’uomo che ha inventato Firkin gin (ce n’è anche una versione invecchiata in barili ex Lagavulin). Per rimanere in tema, noi assaggiamo appunto uno dei rarissimi Laga indipendenti dichiarati – infatti ne hanno fatte 60 bottiglie – e un Ardbeg un pochino più vecchio.

Lagavulin 10 yo (2005/2015, Gleann Mòr, 53,4%)

Il colore assai pallido ci sussurra che il barile è senz’altro un refill. N: clamorosamente fresco, sbarazzino e “aereo”. Lemongrass, insalata iceberg e un fumo verde, vegetale e frizzante. Acqua tonica, che è forse la nota più evidente, minerale e un po’ iodata. La frutta non va oltre l’agrume, limone ovviamente ma anche bergamotto. Gemme di pino, di quelle giovani. Difficile riconoscere la potenza di Lagavulin qui. P: piuttosto basico: zucchero liquido, acqua di mare, lime e pompelmo dolce. Un accenno di oleosità (olio di semi) qui si intravede. La torba è intensa, marina e molto diretta, ma anche – repetita iuvant – basilare e poco evoluta. Cedro candito. Abbastanza secco, però abbraccia il palato a meraviglia. F: oleoso e salmastro, tra olio d’oliva e cenere. Il finale la cosa migliore.
Forse è uno dei Laga meno emozionanti di sempre, però anche in presenza di una botte non esaltante il distillato si conferma eccellente. Un appunto: collocare questa bottiglia nella serie “Rare find” è un po’ un autogol. Perché in realtà è piuttosto scolastico come islander giovane. Insomma, c’è Islay ma manca il corpo di Lagavulin. 83/100.

Ardbeg 12 yo (2003/2015, Gleann Mòr, 53,7%)

Anche qui chiaro, ma stiamo sui toni del vino bianco. N: sporco e giovane, una faccia arcigna da teenager incazzato. Si distingue il new make, con una screziatura di metallo derivato dalla distillazione. A cui si sommano anche note inusuali per Ardbeg, dalla senape ai formaggini di capra. La torba è vibrante, nervosa. La frutta non è pervenuta. P: un palato da aperitivo, con pinzimonio salato (sedano), arachidi tostate e alghe, che all’aperitivo non si mangiano ma non staremmo a sottilizzare, cosa ne sapete se noi non beviamo i Campari con il wakame? Lime, pepe bianco, un pizzicorino alcolico che non guasta. Stavamo quasi per dimenticare la torba, che è un falò di alghe bruciate e il fumo vegetale che ne scaturisce. Salmastro. F: lime bruciato, braci, chicco d’orzo e sale. Senape, ancora.
Rispetto al suo cuginetto è meno equilibrato, ma più pimpante. Ha molte cose da dire, anche se non tutte educate. Anche in questo caso non un Ardbeg da manuale, piuttosto una sua versione più sporca e umami, che non ci dispiace. Anche in questo caso la botte non pare aver dato molto (zero frutta, zero crema). Nudo e crudo, non esultiamo ma non fischiamo. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aetherian – The rain

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