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Bottique-y da Orbi: whisky bum bum

Ooops, we did it again. A distanza di una settimana dalla sarabanda di rum targati That Boutique-y Company, il fortunato estensore di questa rubrica ricade nel tunnel delle degustazioni online organizzate dal distributore italiano Beija Flor. Stavolta però gli è toccato un viaggio in territori un po’ più familiari, dato che in un tranquillo giovedì di paura il Fato sotto forma di fattorino di DHL gli ha recapitato a casa cinque samples di whisky. Nulla di scontato, però, dato che ben tre non sono Scotch e due provengono da latitudini in cui mediamente il sangue di un lombardo tende ad ispessirsi assumendo la consistenza della cassoeula. Dunque sognando paradisi di luganega e papaya, si parte. Guida, presenta e traduce il poliedrico Jacopo Grosser, che è forse una firma già conosciuta per i frequentatori di questo blog, nonché una faccia – e che faccia – già vista.

World whisky blend (2019, That whisky boutique-y company, 41.6%)

Un blend di distillati da Scozia Canada Irlanda Svezia Usa Svizzera Olanda Taiwan India Italia Germania Francia Giappone Finlandia. Praticamente un Mondiale, e infatti in etichetta c’è il pianeta Terra. Il colore è pallidissimo. N. se l’anima pesa 21 grammi questo naso non arriva a 19. Lieve e fresco, quasi svolazzante, come un pareo trasparente di frutta, tra banana acerba, pera e melone bianco. Tutto comunica estate: il cereale maturo dei campi, un velo di miele d’acacia, perfino qualcosa di legno di balsa. Cosa c’entra con l’estate? Niente, ma è chiaro e contribuisce a un senso generale di leggerezza. P. si resta mollemente adagiati su dune di dolcezza. La frutta è piacevole, anche se non esplosiva. Prende più la via della caramella al limone, della mela/pera in versione ideale. Ancora una spolverata di polvere (segatura? o è zenzero? certo il pollo alla segatura non l’abbiamo mai provato, però…). Il retrogusto è amarognolo. F. dolce, zucchero e frutta gialla, la facilità in un sorso.
Inoffensivo, estivo, molto agile ma difetta ovviamente di peso specifico. Un passatempo da ombrellone, tipo il sudoku, per non pensare alle molestie della vita e cullarsi in un Mizuwari. 78/100.

Nantou 4 yo batch 1 (2020, That whisky boutique-y company, 49%)

Dalla Nantou Distillery, nella Repubblica di Cina a.k.a. Taiwan, un altro tipello esotico: un 4 anni prodotto dagli alambicchi da cui sgorga anche il pluripremiato Omar whisky. Ne hanno tirate 342 bottiglie e il colore è un paglierino caldo. N. si diceva dell’esotismo, di ninfe tahitiane tipo quadri di Gauguin e palme e spiagge… O forse è solo questo naso che somiglia tanto a un cesto di frutta tropicale, con ananas maturo, mango e mela golden, che è esotica il giusto ma non vorremo mica isolarla vero? C’è anche succo di albicocca e una crema al mandarino, spuntano frutti ovunque. Chiude il quadro assai piacevole un tocco di propoli e del pan di spagna, che ogni paradiso lontano ha una sua dolcezza. P. perfettamente coerente, praticamente una fotocopia sensoriale, con in più un senso di vellutata e floreale morbidezza, quasi di crema e latte. L’alcol c’è, ma è educato, come i camerieri non invadenti di un villaggio vacanze. In generale, ha il pregio di rimanere asciutto e diretto nella sua carezzevole frutta. Spuntano un filo di legno e dei cereali da colazione. Il muesli con la frutta tropicale essiccata? F. di nuovo ananas e malto.
Impressionante la maturità della frutta nonostante l’età infantile. Grande la pienezza, Darwin sarebbe entusiasta della sua evoluzione. Noi invece siamo entusiasti della sua piacevolezza, fresca e aromatica. 87/100.

Copperworks 3 yo batch 1 (2020, That whisky boutique-y company, 50.7%)

Questi “Lavori di rame” meritano un piccolo preambolo e una presentazione: come tanti negli USA nascono dall’esperienza del birrificio artigianale (si fa per dire, in America a momenti anche la Nike è considerata un laboratorio di calzoleria di quartiere…); dopodiché aggiungono degli alambicchi fatti realizzare in Scozia da Forsyth’s a immagine e somiglianza di quelli di Aberlour e Balvenie. Il resto lo fanno il clima particolare di Seattle, il lievito di birra, la fermentazione di due settimane e l’orzo. Perché sì, signori, siamo davanti a un single malt americano, uno dei tanti che stanno fiorendo in questi anni e che rendono improcrastinabile un disciplinare specifico. Il colore è un’ambra aranciata piuttosto scura. N. mai capitato di uscire da una stazione con l’aspettativa di trovarvi nel mezzo di un degrado tipo Gotham City e invece sorprendervi nell’ammirare una città graziosa? Ecco, il primo naso è così: sorprendentemente bello e idilliaco, con rose e bucce di bergamotto ad accoglierci, come se una deliziosa signora avesse sistemato un vaso di fiori nel piazzale della stazione, chiedendo a barboni e cani randagi di spostarsi un attimo. C’è una dimensione fruttata vivacissima con pesca, arancia e gelee alla fragola, seguita – nel più classico schema 3D – da una dimensione legnosetta di cacao amaro e una fresca, tra l’eucalipto e la mela verde. Che poi a ben vedere sono le classiche anime degli American whiskey, ma con un equilibrio e una morigeratezza rara. Col tempo, la vecchia signora di cui sopra ci offre anche del panettone. Santa subito. P. eh, qui nel paradiso terrestre si fa strada un po’ di peccato, sotto forma di legno ruspante. D’altronde siamo in America oh, mica a Ginevra. Un po’ di muscolo è sacrosanto. C’è del tostato (nocciola), c’è del piccante. Il tutto innestato su un corpo semplicemente incredibile per l’età che ha. La ciccia è proprio tanta, e svariata: in generale, ha note cremose di dolce brulée, tra zucchero bruciato, tiramisù e Christmas pudding con l’uvetta. Senza dimenticare le spezie, cannella e chiodi di garofano, e quel tocco floreale. F. lungo e piacevole, con gelée ai lamponi e mandarino, cioè bella acidina, e cioccolato al peperoncino. Con un guizzo di legno dolce.
Come Nanni Moretti con Spinaceto, “pensavamo peggio”. Invece è davvero una sorpresa inaspettata per intensità e – ci tremano i polpastrelli mentre digitano – eleganza. Almeno al naso, suvvia. Un ottimo mix di dolcezza e legno sempre in equilibrio e mai troppo sparati, con anche il giusto plus di frutta e spezia. Cosa volere di più da una gita a Seattle ora che Kurt Cobain è morto? 88/100.

Linkwood 11 yo batch 11 (2020, That whisky boutique-y company, 48.1%)

583 bottiglie per un Linkwood che a giudicare dal colorito emaciato ha passato 11 anni in botti esangui. N. che profeti facili: in effetti è assai basico, uno Speyside giovane da manuale, con le sue belle tre virtù teologali di pera, mela verde e limone. Si aggiunge poi un’aureola vagamente verde, come a ricordare erba tagliata e clorofilla, magari lime. Qualcosa di tiglio. Non particolarmente complesso, né cremoso, né piacione. Più giovane dei suoi anni e molto fresco. P. un accenno della morbidezza che mancava fa capolino qui. Il profilo è lo stesso, che una Panda non è che se la guardi dall’altro lato diventa una Mercedes AMG: pera, mela, melone bianco. Più speziato, con pepe bianco, vaniglia e zenzero. Pian piano vira al secco. E l’alcol si sente abbastanza. F. secco, breve, zenzero.
Come la tabellina del 2: basilare, ma elementare. Non ha è fatto male, ma non lascia ricordi memorabili. Passa via come la pioggia sui giusti e sugli ingiusti, solo che è più bevibile dell’acqua piovana, il che è un complimento. 82/100.

Ben Nevis 23 yo batch 10 (2019, That whisky boutique-y company, 49%)

Vecchio Beniamino Della Neve, come siamo contenti ogni volta che leggiamo il tuo nome montano su un’etichetta. Come sai, noi si è iscritti al tuo fan club. E tu, distilleria sita a Fort William, nel posto più piovoso di Scozia, sempre ci ripaghi con prodottini mai banali. Spesso capolavori di complessità e sfaccettature, raramente con roiti di abominevole sporcizia. Questo 23enne da 558 bottiglie cosa sarà? Il colore è oro, ma non tutto l’oro luccica, soprattutto se è loro e non nostro. N. eh, Ben Nevis è sempre lui, ed è subito gloria grunge, ricchezza bastarda di sentori off magistralmente amalgamati. La prima nota è di metallo, e sono monete vecchie, ottone, una patina di verderame. Poi cuoio, come i libretti dei canti o i cuscinetti degli inginocchiatoi in chiesa. Prima di procedere nel labirinto dell’inorganico, parliamo della frutta, che è concentrata, con prugna gialla, ananas disidratato e cocco essiccato. Poi è l’ora del formaggio, magari stagionato nel fieno umido, insomma il lato farmy. Si chiude su una cremosità crescente – ha bisogno di tempo per aprirsi -, con caffè, caramello e vaniglia. P. un’oleosità a 360 gradi che parte dalle nocciole, attraversa l’olio essenziale di agrumi e arriva agli ingranaggi unti, o alle lampade a olio. Accanto, la frutta si fa tropicale ed evoluta, ancora con ananas e papaya. Il tempo ha impresso un bel sigillo di complessità matura. Cioccolato fondente, mou e noci pecan chiudono il palato proprio come le note “marroni” avevano chiuso il naso. F. lungo e frizzante, con un curioso accenno di limone salato, zenzero e chinotto.
Poco da aggiungere, i Ben Nevis di una certa età sono il foie gras degli Highlanders: divisivi, ma che buoni. 89/100. Piccola nota: ad ogni batch, nel disegno sull’etichetta la jeep che sale verso la vetta del Ben Nevis è più vicina. Per favore, fate che non arrivi mai e continuate a imbottigliarne di così.

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