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Port Charlotte 17 yo (2001/2019, The Cask Whisperer, 52,8%)

Port-Charlotte-2001-17-Years-The-Cask-Whisperer

Direttamente dal Private stock di Jim McEwan, che speriamo di non dover presentare al nostro stimato pubblico di ventisei lettori: proprio lo storico distillery manager di Bruichladdich, dopo una vita trascorsa a Bowmore, è l’uomo che sussurrava ai barili, dato che il marchio di imbottigliamenti è – appunto – di proprietà del vecchio Jim. Il più vecchio Port Charlotte che ci sia mai capitato di bere: non perdiamo tempo, e facciamoci sotto a questo 17enne maturato in sherry.

Port-Charlotte-2001-17-Years-The-Cask-Whisperer

N: urca, che profilo estremo. Molto pescioso, molto torbato, anche molto sulfureo. Note di olio di motore, smog, quasi. Pesce alla brace (e la brace è fatta su una spiaggia), prosciutto cotto appena andato a male, un po’ di cerini spenti e zolfo; poi una parte super acre di torba, profonda ed erbacea. C’è poca frutta, piuttosto ecco un che di vinoso, che ci ricorda il vino cotto. Pesche sciroppate, mirabelle.

P: anche se l’alcol resta abbastanza addomesticato, il profilo al palato è molto acre, aggressivo e contundente. Coerente col naso, c’è un che di burger di pesce alla brace, poi un qualcosa che ci fa venire in mente l’arancia rossa quasi marcia, con una spruzzata di sale sopra. Ok, a leggerlo così non è che proprio conquisti, ma l’esperienza è assai meritevole.

F: infinito e piuttosto strambo, con un mix tra créme brulée, arancia e carne di maiale zolfanella, iodio e cloro. Maiale caramellato, ma alla coreana, non alla cinese. Kimchi.

Beh, vi devono proprio piacere i whisky zozzoni e aggressivi: perché questo è un malto brutto, sporco e cattivo, con le sue venature sulfuree, la sua torba intensissima e nessuna morbidezza concessa, mai, neppure di straforo. L’anima più wild di Port Charlotte resta molto vivace e intensa, anche dopo 17 anni di invecchiamento: ci aspettavamo un’elegante animale maturo, ne abbiamo trovato uno ancora imbizzarrito e senza nessuna intenzione di chiudersi in una gabbia. Non malvagio, intendiamoci, ma neppure così entusiasmante a nostro giudizio, forse un po’ penalizzato, a nostro gusto, da una botte certo un po’ marcante e sulfurea. Ci ricordiamo solo adesso che avremmo potuto cavalcare la metafora dell’uomo che sussurrava ai barili, ai cavalli (cavalcare… bestia imbizzarrita…): che opportunità sprecata, ma non riscriveremo tutto dall’inizio, perché siamo gente eccellente, si sa, ma che eccelle pure nella pigrizia. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rivers of Nihil – Where Owls Know My Name.

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