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Bowmore 12 yo ‘Dumpy bottle’ (anni ’80, OB, 43%)

Ah, se le bottiglie potessero parlare, quante storie potrebbero raccontare. Avventure di collezionisti, epopee di eroi del whisky, aneddoti di amicizie nate e infrante. Ma potrebbero anche narrare spaccati di vero disagio ed episodi di pura miseria umana. Per esempio questo mignon di Bowmore 12 anni “dumpy bottle” potrebbe raccontarci per filo e per segno quel giorno ormai lontano in cui uno di noi – per la privacy ci limiteremo alle iniziali G.B. – lo acquistò per un euro al mercato di piazzale Cuoco, nella bancarella accanto a quella in cui si aggiudicò per 5 euro un montone clamorosamente fuori moda sottratto a un clochard. Ma, ahinoi, le bottiglie non possono parlare e dunque non ci racconteranno altro.

L’elegante contesto dell’enoteca di piazzale Cuoco, con alcuni Keeper of the Quaich che si confrontano sull’esterificazione degli Speysider

Tornando al whisky, si tratta di un rilascio base degli anni ’80 importato in Italia da Soffiantino. Etichetta dorata, bottiglia appunto “tozza” e la dicitura “campione gratuito” stampata sul retro. Guardando qui e là sull’Internetto cercando di datarlo in maniera più precisa, ci siamo imbattuti in giudizi agli antipodi, segno del fatto che i batches erano molto difformi o che spesso la tenuta nel tempo non è stata impeccabile. Vediamo cosa ci hanno riservato la sorte e gli ambulanti dell’affascinante popolo Rom di piazzale Cuoco. Il colore è un oro scuro.

N: due cose ci colpiscono subito: da un lato la frutta, impastata e processata, sotto forma di melone, mango maturo e arancia succosa quasi andata. Qualcuno mormora uno slogan destinato a farsi massima immortale: “freschezza nella pesantezza”. Accanto alla frutta, ecco una dimensione splendidamente sporca: cantina umida, ma anche pentola di rame unta lasciata sui fornelli. Il che ci porta a parlare della torba, che è appena accennata e si esprime più che altro in un’affumicatura gentile di wurstel e cordame (che non è un piatto tedesco del Nord). Ad ogni modo, qui sherry ci cova. Riemerge la frutta, con un tocco floreale da Bowmore e con ancora una torbatura extra delicata. Guizzano sensazioni incoerenti: acciughe sotto sale, noci, Tokaij o qualcosa di simile, tra l’ossidato e l’ammuffito. Un croccante di mandorla con miele millefiori si prende la scena. Impossibile da mettere a fuoco.

P: sfortunatamente l’ingresso è un po’ piatto e seduto. Il palato si apre su una nota di stoffa umida e affumicata che pian piano diventa torba più spessa e grassa, proprio catrame. Una nota salina di frutta secca salata (pistacchi?) marca l’oleosità generale, davvero accentuata. La frutta succosa qui è meno carica (un accenno di tropicale, molta buccia d’arancia amara); rimane il grasso, l’olio e la salinità dell’oliva. Pian piano vira un po’ ad amaro, tra erbe e una nota un filo sgradevole di sapone. Foglie di té!

F: lungo, frutta secca oleosa e tostata, olio di lino, salatino. Avvolgente ma di nuovo amarognolo.

Un naso veramente d’altri tempi, con una complessità eccellente fra la dimensione fruttata “matura” e una nota di sporcizia intrigante che di solito non colleghiamo mai a Bowmore. Al palato il livello si abbassa, con un ingresso un po’ troppo piatto, una carica aromatica inferiore e soprattutto una nota saponosa che guasta un po’ tutto. Occorre dire che – nonostante il campione fosse perfettamente ed ermeticamente chiuso – nessuno può mettere la mano sul fuoco per quanto riguarda gli effetti di quasi 40 anni in un bottiglino da 5 cl con tappo a vite. Come accennavamo, anche in Rete abbiamo trovato entusiasti e detrattori, il che significa che non siamo del tutto schizofrenici. O meglio, lo siamo come tutti gli altri. Voto quanto mai difficile, si può andare dagli 88 agli 82, mediamo con un 85/100 ma non ci assumiamo la responsabilità. Sappiate solo che se volete picchiarci, dovete prendervela anche con Angus. E Angus è molto più grosso di noi (ma noi siamo di più)…

Sottofondo musicale consigliato: Travis – The Humpty Dumpty love song

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