Masterclass - La Bevuta Degli Dei - Milano Whisky Festival - SOLD OUT

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Elijah Craig 12 yo (anni ’90, OB, 47%)

Nelle blind sessions del mese scorso, ci siamo ritrovati un sample scuro scuro, color rame carico, e ci siamo scervellati per comprendere cosa avessimo davanti. Sorte ha voluto che venisse estratto come primo assaggio, e dunque l’abbiamo affrontato freschi e pimpanti: grande è stata la sorpresa nello scoprire un Elijah Craig imbottigliato negli anni ’90 (per la bottiglia dobbiamo ringraziare il nostro micione preferito, Samuel). Qui le nostre impressioni, rigorosamente scritte senza sapere cosa stessimo bevendo.

N: sarà che è il primo della serata, ma ci pare bello alto in grado. Dal colore e dall’intensità partiamo subito a sbilanciarci e diciamo sherried. Però ha anche una nota vinilica che ci stupisce. Piuttosto costruito e molto vaniglioso, diremmo senza dubbio che c’è aria di virgin oak. Qualcosa non quadra. Una poderosa frutta ricca, con ciliegie sotto spirito. La dolcezza generale ci fa vacillare: è un blended? O un single grain? Però pian piano esce un’aria balsamica, come di coriandolo. Ed è come una rivelazione: qui siamo in America, signori. Profumato, butterscotch. Col tempo si acquieta e si concentra su un aroma di noci pecan.

P: dolce e strano, che di nuovo fa rima con whiskey americano. Se al naso ci era sembrato plausibile un rye, ora diremmo più convintamente che siamo al cospetto di un bourbon, seppur strutturato e non banale. La ciliegia qui prende le fattezze delle gelatine alla frutta, accompagnata da un distinto sapore di liquirizia gommosa alla violetta. A chili, quintali e tonnellate.. C’è anche una dimensione più legnosa, diciamo tra legno vergine e nocciolino di ciliegia. Alcolico, bello ruspante e carico.  Monolitico nella sua vaniglia e nella sua grevità di zuppa inglese. Ancora frutta secca immersa nel caramello, tipo croccante morbido.

F: grasso ma mediolungo, tra mou e di nuovo molta violetta. Più monocorde rispetto all’intensità del palato.

Avete presente la sensazione di straniamento di quando prendete un’auto a noleggio in Scozia, quando all’inizio ad ogni rotonda vi assale un panico cieco e non vi raccapezzate? Ecco, noi per le prime curve del naso siamo stati così, novelli Tiresia che procedevano a tentoni nelle sensazioni. Poi, ci siamo ripresi e abbiamo puntato dritto verso gli USA. E abbiamo anche colto (bravi, cialtroni!) che trattavasi di un bourbon evoluto. Certo, gli manca la profondità del single malt, ma è come paragonare il calcio degli anni ’60 a quello di oggi: due sport diversi. Dunque di questo dodicenne ci prendiamo l’intensità, la sfacciata rudezza, la generale bevibilità a dispetto di un notevole impatto alcolico. E sopportiamo di buon grado quella violetta infestante che al terzo sorso monopolizza l’esperienza: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: WASP – Rebel in the F.D.G.

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