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Duncan Taylor Tasting – pt.2

duncan-taylor-review

An Iconic Speyside distillery 7 yo “Dimensions” (2011/2019, Duncan Taylor, 54,2%)
Squadra che vince non si cambia, dunque altro G***as, che stavolta ha passato 7 anni in botti first fill. Ce lo aspettiamo simile?
Basta una sniffata ed è amore: more mature, cioccolato ripieno (il Ritter sport al ribes?), mela rossa e una scintillante ciliegia al maraschino. C’è un che di legno verniciato, del cuoio. Terroso, ma non troppo scuro. Fichi secchi con le mandorle dentro, Lindor fondente o qualche altro cioccolatino cremoso. In bocca a sorpresa è agrumato, proprio succo d’arancia. L’impatto non è morbido, piuttosto acuto. Dietro, sostenuta da un gran corpo, un’anima piacevolmente oleosa e grassa: liquirizia Haribo, cioccolato fondente ancora, chinotto. Molto maturo e saporito, tendenzialmente amaro. Forse c’è un che di allappante dato dal legno, ma non è mai eccessivo. Retrogusto quasi floreale. Nel finale tornano i frutti rossi, con buccia di pesca e chiodi di garofano.
La sorpresa della serata, senza dubbio. Lussureggiante, ricco, un’ode all’edonismo e ai piaceri, ma solo per chi li sa riconoscere. Il tempo nel bicchiere e qualche goccia d’acqua lo rendono ancora più piacevole, anche se tendono a rendere meno dolce il finale. Ben costruito, uno sherried moderno eppure con le sue belle sfaccettature. 86/100.

Ardmore 2010 “The Octave” (2010/2019, Duncan Taylor, 54,1%)
A grande richiesta, torna la torba, con uno dei sempre più frequenti Ardmore in cui ci capita di intingere il naso. Ardmore che ormai è considerata punto di riferimento per la torba non costiera.
L’attacco è curioso, anche se a ben vedere sembra un bigino di quel che ci si aspetta da un torbato non di Islay. Toma affumicata, timo, anche un che di grasso degli ingranaggi. Ma senza esondare nel dirty. Questa accoglienza “organica” svanisce dopo poco, lasciando spazio a una generica sensazione di frutta (melone? mandarino?) e un tocco verde, come di insalata. Si fa sempre più piacevole col passare dei minuti. In bocca la torba è bella tosta, più cinerina, ma non sgraziata. La dolcezza non è stucchevole; prende la strada del miele di castagno e della liquirizia e sta perfettamente in equilibrio con la parte bruciata. In mezzo, di nuovo quel senso di vegetale: alloro e soprattutto resina. Il finish in sherry octave di terzo uso non è marcante, giusto un filo di agrumato sul fondo del palato. Finale saporito, cenere di sigaretta, aghi di pino e limone candito.
Si chiude alla grande, con questo Ardmore la cui qualità principale è senza dubbio il bilanciamento delle sue anime rampanti. Il finale, salatino, più pulito e lungo, è il giusto coronamento a un whisky per nulla banale. Si merita 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Enzo Jannacci – Ma mi.

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