Proseguiamo con le rece degli ultimi imbottigliamenti della “Black cat series” di WhiskyFacile, ovviamente senza voti perché va bene il “piccolo spazio pubblicità”, ma non esageriamo. Dopo il Balblair 9 anni, tocca al secondo. Con un po’ di orgoglio possiamo dire che nessun imbottigliatore indipendente italiano aveva mai selezionato un Ardlair, e nel mondo non si contano più di una trentina di cask: si tratta di un single malt Scotch whisky non torbato distillato ad Ardmore, produttore situato appena fuori dai confini dello Speyside, la cui specialità è invece proprio il malto ‘peated’.
Di Ardmore indipendenti ne abbiamo assaggiati parecchi in questi anni, tutti di alto livello e di grande consistenza. Però noi siamo fatti un po’ al contrario, quindi l’idea di imbottigliare un “unicorno”, qualcosa di assolutamente eterodosso, ci ha subito presi per la gola. Se Ardmore di solito porta un fumo grasso, maialoso, appena abbiamo assaggiato questo Ardlair screziato e minerale ci siamo innamorati.
Così come si sono innamorati insieme a noi i ragazzi di HAUS, il cocktail bar più visionario di Bari, gestito dai fratelli Namoini, autentici appassionati di whisky. I quali hanno assaggiato assieme a noi questo barile proveniente dalle warehouses di A.D. Rattray e ne hanno acquistato metà, per il nostro primo co-bottling: un 12 anni invecchiato nel refill bourbon hogshead #80041, che ha dato 237 bottiglie a grado pieno non filtrate a freddo. Una collaborazione che innanzitutto è amicizia. Il colore è un paglierino brillante.

N: impossibile ipotizzare la ciclopica gradazione, l’alcol è perfettamente integrato. Serve un istante di pazienza per far emergere i primi sentori, poi è un’epifania: un malto fresco e minerale, che si apre a una fruttina pungente, dalle mele granny smith al limone, passando dall’uva spina. Dietro a questa nota “alta” e acidina, si allarga una dolcezza delicata, che ricorda la leggerezza dello zucchero a velo. Screziature minerali fanno capolino qui e là: ardesia e gelato alla vaniglia, che futuristica accoppiata. Una frolla burrosa chiude il tutto, con un velo di cera e tela cerata (il Barbour…).
P: è al palato che succede l’imprevedibile. Prima magia: l’alcol scompare, per poi ricomparire in fondo al petto sotto forma di calore. Poi, ecco un oleoso (olio di semi di lino e di girasole), avvolgente senso di malto, reso più complesso da striature di liquirizia salata, polvere da sparo e il ricordo lontano di un camino spento. Perché in fondo, neanche troppo nascostamente, un filo di fumo e torba rimane lo stesso. E questa extra-particolarità, insieme a una sensazione di magnesia, rendono il sorso incantevole, anche se bello tosto. E la dolcezza? C’è, e sa di pastafrolla e propoli, che accanto a un lato agrumato (limone) pimpante rende la bevuta agile anche a quasi 60%.
F: oleoso, minerale e un orzo pieno e soddisfacente.
Un inno alla varietà infinita dello Scotch whisky. Torba o non torba, legno o non legno, le potenzialità sono innumerevoli e questo affilato figlio delle Highlands esplora strade nuove con carattere e personalità. Un whisky non per tutti, che ha bisogno di tempo e profondità per essere indagato. Ma che sa regalare gioie inattese. Lo potete trovare nel nostro shop.
Sottofondo musicale consigliato: Wolfmother – White unicorn
