Widow Jane è una distilleria americana molto giovane, inaugurata nel 2014 nel quartiere di Red Hook, a Brooklyn, New York. E infatti ha il famoso ponte nel logo, un po’ come le gomme da masticare della nostra infanzia, ma questa è un’altra storia. Tra gli svariati imbottigliamenti spicca il “Lucky thirteen”, inizialmente nato come serie di single barrel e infine diventato un imbottigliamento stabile nel core range: realizzato in small batches, è imbottigliato a 46.5%. Ah dimenticavamo una cosa importante: il Lucky Thirteen è un blend di straight bourbon provenienti da Kentucky, Tennessee e Indiana, scelti dalla Head Distiller Lisa Wicker. E noi come ce ne siamo impossessati? Beh, grazie a Corrado, che setaccia il dark web in cerca di qualsiasi sample. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Corrado, non il dark web, eh… Il colore è rossastro. Del whiskey, non di Corrado, eh…

N: un peccato che nessuno di noi porti lo smalto per unghie, perché dal bicchiere escono zaffate di solvente. Dietro questa ostica cortina iniziale, però si sviluppa una spettacolare anima aromatica. Da una parte frutta tropicale molto matura, papaya e guava. Dall’altra un profumo dato dal barile: legno di rosa, incenso, tabacco di narghilè. Molto autunnale, sembra di stare a fare i suffumigi sopra un té caldo, anzi, una tazza di karkadè. Sa di infuso, di legno umido. Poi, tangenzialmente, ecco il caramello e lo sciroppo d’acero. Il naso è incantevole, davvero. E questo nonostante il solvente iniziale.
P: qui si perde un po’ la misura e si deraglia nell’esagerazione. Sono pur sempre americani, eh, gente che fa il rodeo, scrive HOLLYWOOD su una collina, cose così… Insomma, il palato si apre con un bombardamento a tappeto di ciliegie sotto spirito, pesche al vino, prugne secche. Subito seguite dal legno, che dopo 13 anni sembra intenso, macerato e fumoso, evidentemente i barili erano heavily charred. L’invecchiamento insolitamente lungo dà anche una vagonata di spezie, dalla cannella ai chiodi di garofano, ma anche note di frutta secca (nocino, crema di castagne). Si evolve ancora, torna una dolcezza di cola e caramello e nel retrogusto la mitica banoffee pie, caramello e banana. Ah, pure geleé al pompelmo rosa.
F: lungo, ancora legno, arachidi, foglie di mate iper-infuse e liquore all’arancia.
Forse è il primo american whiskey per cui scriviamo tutte queste righe. Il che significa che o siamo diventati ulteriormente più prolissi, o è davvero sfaccettato. Propendiamo per la seconda tesi. D’altronde, il fatto di essere un blend di tre bourbon di diversa provenienza e l’invecchiamento così impegnativo sono due indizi in tal senso. Noi diamo 87/100 perché apprezziamo molto la scura complessità. Un abbraccio caldo, forse un po’ sgraziato, ma che grande intensità.
Sottofondo musicale consigliato: Afterhours – White widow

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