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yoichi 40 yo ‘Artist’ (1986/2026, LMDW,

In cauda – contrariamente al detto latino – non c’è venenum, bensì ambrosia. Si chiude con uno Yoichi 40 anni la monumentale collezione di imbottigliamenti di single cask di Nikka per la serie Artist di quest’anno. La Maison du Whisky ha fatto le cose alla grandissima e noi nel nostro piccolo abbiamo risposto presenti alla convocazione, assaggiando tutti e gli otto whisky. Duro lavoro, anzi durissimo, ma qualcuno lo dovrà pur fare, no? Ringraziateci poi con calma…
Dicevamo dell’ultimo imbottigliamento, talmente unico ed esclusivo che non solo è lo Yoichi più vecchio mai imbottigliato, ma ne sono disponibili 39 bottiglie. Il cask #252819 è un “remade hogshead“, il colore è mogano chiaro e la curiosità ci divora internamente quasi come il nostro cupio dissolvi.

N: c’è qualcosa di soprannaturale, forse la mano di un Kami – gli spiriti venerati dagli scintoisti – in questa freschezza inspiegabile dopo 40 anni di muta maturazione. Il brio, la vivacità dei sentori è da whisky molto più giovane: c’è una splendida nota di composta dolce e speziata, un chutney di mango, uno sherbet di passion fruit, il ripieno di uno strudel. Tutta questa frutta trasfigurata non è però di quelle grevi, anzi: ha venature erbacee di melissa e verbena e un accenno di rancio che ricorda quel senso di prugne e fichi secchi di certi cognac di vetusto invecchiamento. Ma non è tutto ovviamente. C’è incredibilmente ancora il malto, mieloso, e un senso di oleosità profonda e terrosa, di mandorla, olio di lino e noce moscata, e un accenno di fumo-non-fumo. Ovvero non torba, ma un senso di baita in cui l’inverno scorso qualcuno ha acceso il camino.

P: colpo di scena, cambia lo scenario come solo nei film d’autore. Qui la torba si riprende tutta la scena con gli interessi, ed è una torba al 100% Yoichi style, quindi terrosa, umida e verde. La frutta si fa più cotta, dalla cotognata alla tarte tatin di prugne, fino alle more e alla papaya. Masticabile, densa. A questa dimensione si aggiunge come dicevamo tutto il ventaglio della torba, che parte dal caramello bruciacchiato, passa dal medicinale (centerbe, garza e creosoto) e arriva alla tela cerata e alle candele. Iridescente come pochi, suggestivo come solo i capolavori. Come i diamanti, ha infinite facce, ogni papilla gustativa una suggestione diversa. C’è la gomma, c’è il cocco tostato, ci sono le noci brasiliane e la liquirizia pura. Ma ci sono anche la guava, un accenno di cera, una punta di erbaceo amaricante, un rabarbaro e un senso di mineralità inerte che non è terra, non è fungo, non è pietra, ma eppure è tutto questo insieme.

F: infinito, vellutato e oleoso, spezie frutta e torba trovano la pace dei sensi in un misto che va dalle prugne salate alla carruba, dall’arancia amara alla macadamia e al pepe. Polvere da sparo e macadamia. Stratosferico.

Prima di dirvi che per noi è un 95/100 che lo rende uno dei più grandi whisky che siano mai stati recensiti su questo blogghettino, permetteteci di fare un ulteriore approfondimento sul bicchiere vuoto. Perché è nel bicchiere vuoto che si ritrova tutto il senso di questo whisky da sottosuolo, nel senso che racchiude un mondo invisibile fatto di terra e mineralità, erbe e legno, spezie e tropicalità spirituale, stupore e invocazioni al divino. Questo eterno ritorno della torba, questa arte inspiegabile dell’equilibrio e della freschezza nonostante una gradazione possente, sono quasi commoventi per chiunque ami i whisky complessi. Velluto, finezza, armonia, bellezza.

Sottofondo musicale consigliato: Franz Liszt – Bénédiction de Dieu dans la solitude

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