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white heather de luxe (anni ’60, OB, 43%)

Eccoci qui con la nostra insaziabile voglia di chicche liquide superalcoliche, a condividere con noi una bombetta che abbiamo assaggiato in un posticino che vi consigliamo. Si tratta di Dives, a Sesto San Giovanni, tempio entusiasta (ed entusiasmante!) del buon bere, del vino, del collezionismo, degli spiriti… insomma un Bengodi che merita di essere conosciuto.
Ora, siccome con i ragazzi di Dives si è creata una bella alchimia – strano, direte voi, fra tazzatori professionisti… -, ci è capitato di tenere una degustazione dei nostri imbottigliamenti nel loro bel salotto nella Stalingrado d’Italia. A margine, sono spuntate come d’incanto delle bottigliuzze vintage che abbiamo sbicchierato con curiosa cupidigia e tra queste ecco un blended degli anni ’60, il White Heather de Luxe.
Prima di dirvi com’era, piccolo spiegone (vi tocca). Si tratta di un blended creato negli anni ’30 da Sam Rosenbloom, proprietario in seguito della S. Campbell & Son ltd. La quale, negli anni ’40, acquisì Aberlour, da allora cuore del blended. Per quei giri immensi dei marchi scozzesi, il White Heather è finito poi nel portafoglio di Pernod Ricard, che negli anni ’80 lo ha di fatto sottoposto a eutanasia, concentrandosi solo sull’altro blended, Clan Campbell. Fine spiegone, si beva. Color oro chiaro.

N: il primo naso è quello rassicurante dei blended vecchi, con quel mix affascinante di marzapane, orzata e carta ingiallita. C’è del miele di zagara, una cerosità da museo e soprattutto un che di polvere e stantio che parla di tempo passato, di decenni trascorsi in bottiglia e di uno stile sherried come non se ne fanno più. Un tocco di rancio, tipo olio di lino. E qualcosa di frutta nera trasfigurata: liquore di prugna? Slivovitz? Anche un accenno di cartone e metallo… Sono tutte note ossidative, date dall’OBE. Insomma, viene da un’altra era.

P: un oleoso succo di mela e pesca, in cui sono stati in infusione tocchi di legno tarlato e polveroso. Che detta così non suona fantastico, vero, ma in realtà ha un suo perché. Di nuovo questa polverosità muschiata, questo umidone da dimora degli antenati. Ci sono nocciole e mandorle crude, vira quasi all’amarognolo mentre aumenta il legno. Nocciolo di amarene, briciole di sigaro che restano sulle labbra. Cresce quella dimensione un po’ bitter, di arancia amara e di nuovo frutta secca. Spezie in crescendo.

F: medio corto, di nuovo tutto spezie, ossidazione e metallo. Lascia un senso dolce/amaro e speziato con un ricordo di zolfo.

Non siamo sicuri che abbia tenuto alla perfezione, d’altronde sarebbe strano il contrario dopo così tanto tempo. Eppure, nonostante la gradazione sia probabilmente un filo più bassa, lo stile è ancora tutto lì, a disposizione: un blended sherry-oriented come una volta, con una bella ossidazione e un’evoluzione non indifferente verso l’amarognolo e la spezia. Una bevuta interessante e polverosa, a cui forse manca un punto. Per noi è 85/100. Leggiamo qui e là su blog di colleghi recensioni anche molto diverse, dall’87/100 entusiastico di WhiskyFun ad altre meno favolose: e ci uniamo alla riflessione generale per cui queste bottiglie possono essere oggi estremamente diverse fra loro anche per la gamma di sentori. Alcune più su note carnose, altre più floreali, insomma la “consistency” non era la stella polare di White Heather.

Sottofondo musicale consigliato: Jefferson Airplane – White rabbit

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