L’Harp Pub Guinness di piazza Leonardo è un pezzo di cuore. Quante serate passate con Angelo a recensire, quante pinte, quanti Tasting Facili. E noi siamo arrivati per ultimi, quando il pub dei Corbetta era già un’istituzione da trent’anni abbondanti. Oggi ne compie ben 50, che se la matematica non ci inganna è mezzo secolo e se gli studi classici non ci abbandonano si traduce romanamente in “L”. L come l’iniziale della distilleria su cui è caduta la scelta per l’imbottigliamento celebrativo, che andiamo a degustare oggi.
Il whisky – tirato in 138 esemplari – si chiama South Shore, invecchia 18 anni in una botte ex sherry ed è stato selezionato dai Corbettas tra i tanti barili dello stock di Valinch & Mallet, l’etichetta di Davide Romano della quale l’Harp Pub è diventato recentemente embassy ufficiale.
Ora, sulla “costa meridionale” dell’isola di Islay ci sono tre distillerie (più la neonata Portintruan): Ardbeg, Laphroaig e Lagavulin. Da quale proverrà questo single malt? Indizio: finisce per -in.
Basta con l’enigmistica, auguri all’Harp e si beva. Il colore è aranciato.

N: si apre con un’impressione di cantina e salsedine, di legno umido. Poi si fa vivace, agrumato e con un braciere acceso proprio davanti. Davanti al mare, ovviamente, perché la parte iodata, di ostrica, è evidente. South shore si dice in etichetta? Ecco, il bagnasciuga è proprio dentro al bicchiere. Lo sherry dà calore olfattivo, il legno è possente e vecchio stile. Marmellata di arance, tabacco combusto, karkadé in infusione. Anche una certa idea di crostata di albicocche e cenere. Chi non mangia la crostata albicocche e cenere, è un po’ come pere e cioccolato, il perfect pairing. C’è anche una bellissima dimensione aromatica che parte dall’incenso (o palo santo) e arriva al sandalo, al patchouli di certi bagnoschiuma da uomo-che-non-deve-chiedere-mai-ma-insomma-ogni-tanto-chiedere-è-lecito-e-rispondere-è-cortesia. Poi certo, le spezie (cannella, chiodo di garofano), sticky toffee pudding e fiori d’arancio. Un Laga (ops…) che sembra un filosofo vestito da cocktail party: fuori leggero e sbarazzino, dentro profondo, solido e torbato.
P: ecco, qui il vestito da cocktail lo togliamo e sotto c’è una t-shirt di un gruppo metal (o forse solo la t-shirt dell’Harp!). Molto diverso, ora è potentissimo, oleoso, grasso, tra l’officina e la cantina, il tannino piccante e la cenere allappante. Insomma, è un berserker, un whisky mannaro, si trasforma in una bestia di sapore. Liquirizia, crosta di panettone bruciacchiata. Procede su due binari, che si intersecano: quello della dolcezza (croccante di mandorle, marmellata rappresa di pesca o albicocca) e quello del tocco amaro, del legno onnipresente e della torba che procede inarrestabile. La salinità arriva dopo, sotto forma di arachidi salate e salamoia, forse olive nere al forno anche.
F: lungo, molto bruciato (ci sono proprio i carboni, i pezzi di carne dimenticati sul barbecue) e con una virata amarognola/vegetale che abbraccia lo zucchero brulè. Bucce di arance grigliate, erbe.
Mezzo secolo festeggiato alla grande, con un whisky da 88/100. Ripeteremo una delle tante massime di Andrea Giannone del Milano Whisky Festival: “Mai bevuto un Laga cattivo”. Epperò questo non solo non è cattivo, ma è proprio buono e Laga si conferma essere tra gli isolani che più reggono maturazioni potenti e lunghe in sherry. Suggestioni molteplici, compattezza straordinaria, un legno impattante come da stile Valinch, una bella profondità e un che di sorprendente nel lato quasi vegetale che compare sul finale, non comune per la distilleria. Un imbottigliamento monumentale, mica per niente in etichetta campeggia la statua che si trova in un angolo del pub…
Sottofondo musicale consigliato: Giorgio Gaber – La libertà
