
(credits Filppo Tadei)
Questa rubrica è sempre stata lo spazio ricreativo di Zuc, un po’ come la camera da letto di un adolescente in cui mamma e papà hanno giurisdizione relativa. Insomma, ha una sorta di “diritto di tappo”: può portare qui dentro spiriti & affini che gli capita di assaggiare nella sua “altra” vita, ovvero quella di giornalista che si occupa a volte anche di distillati, e noi non sindachiamo.
Così come non solo non sindachiamo, ma accogliamo con “viva e vibrante soddisfazione”, come soleva dire il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, anche l’idea di aprire una specie di “speaker’s corner” in questo spazietto. Una sorta di “guest shift”, direbbero i gestori di locali trendy. Solo che invece di ospitare un bartender tatuato, noi ospitiamo la prima donna a spezzare il miserabile patriarcato di WhiskyFacile.
Insomma, oggi beve con noi – Glencairn in una mano e penna per le notes nell’altra – l’amica Eugenia Torelli, nome ben noto a chi si occupa di spirits, dato che di mestiere fa anche lei la giornalista (ora per la rivista Falstaff) e in questa veste visita – taccuino alla mano – festival e fiere, distillerie e bar, competition e concorsi. Per dire, ne capisce senz’altro più di tutti noi quattro sventurati messi insieme, quindi siamo felici di subappaltarle una rece.
Vediamo se almeno lei evita di citare l’ormai celeberrimo aggettivo “tropicale”…
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Incrocio questa bottiglia al Restaurant Hidalgo, che contrariamente al nome non è in Andalusia, ma a Postal, nei pressi di Merano, dove sono in “ritiro” per la lavorazione del prossimo numero di Falstaff. L’etichetta dice Wilson & Morgan, marchio indipendente di Fabio Rossi, made in Veneto al 100%. Un Bruichladdich vintage, imbottigliato a “extra strength”, cioè a 50%. Il colore è un oro delicato.

N: vecchia gestione della distilleria, non c’è traccia di torba. In compenso il mare era lì anche a quei tempi e si sente, il che va bene sempre e comunque. Invecchiato in “oak casks”, quindi possiamo solo speculare sulla botte e azzardiamo un refill, probabilmente ex bourbon. Appena versato sembra quasi acidulo, un guizzo da vino bianco appena sbicchierato, poi ecco arrivare un miele di quelli amichevoli, tipo acacia. Anzi, diciamo miele di campêche, così per darci un tono e bullarci di essere appena stati a Marie-Galante e di aver conosciuto insegnanti che fanno gli apicoltori nel tempo libero. Marzapane, anche, ma niente torba, no peat, zero, inutile insistere non c’è.
P: sa un po’ di cantina vecchia, giusto un momento: apre la botola e la richiude subito, fai solo in tempo a vedere le scale che scendono… e scivoli sull’olio, vellutato, ti risollevano delle ginestre mascherate da olive o olive mascherate da ginestre o ginestre che fanno l’aperitivo con le olive e poi passano alle mandorle, che – dicono – la frutta secca fa bene. Mentre sei lì con gli stuzzichini, dal nulla ecco una caramella Rossana dell’infanzia. Stacco alla Sorrentino: inquadratura sulla carta rossa stropicciata della caramella…
F: …e resta un appiccicaticcio morbido, una piacevolissima cera in bocca e sulle dita.



Il voto, che momento ansiogeno. Piacevole, lo riberrei, ma boh. Ecco, la categoria “lo-riberrei-ma-boh” andrebbe istituzionalizzata. Non è cattivo, ma rimane a metà fra il banco della carne e quello del pesce, un Bruichladdich molto diverso da quelli contemporanei. Voto difficile, anche perché il bicchiere non era esattamente comme il faut: 85/100.
Sottofondo musicale consigliato: Solex – Honey (Amsterdam is not L.A.)
