Aggiungiamo una bandierina sul nostro planisfero distillatorio mondiale. Oggi assaggiamo per la prima volta un Saburomaru, whisky che ha un nome a metà strada fra un campione di Sumo, un personaggio secondario di Mortal Kombat e un’automobile pimpata.
Va beh, inutile prolungare oltre quello che sappiamo tutti arriverà ora, ovvero… lo spiegone!
La distilleria Wakatsuru Saburomaru è stata aperta nel 1952 a Tonami, nella conurbazione di Toyama. La regione è quella di Hokuriku, la tradizione è quella ovviamente del sake e dello shochu (lo stabilimento principale è del 1862). Specialità della casa – da quando ha riaperto nel 2017 dopo un devastante incendio, sono i whisky torbati: 100% torba, non proprio comune. Il carattere del malto secondo gli esperti è dato dai fermentatori in legno e dai particolari alambicchi Zemon, “ispirati alle campane dei templi buddisti”. Sentiamo già quel profumo inconfondibile di story-telling….
Insomma, chiudiamo dicendovi cosa abbiamo nel bicchiere: un single malt (Saburomaru imbottiglia anche blended malt) “heavily peated” a 50 ppm. Si tratta del primo single malt imbottigliato, ragion per cui in etichetta troneggia uno Zero gigante. Il colore è oro

N: la gioventù vibra in note di pera, litchees e mela coperte di zucchero filato. D’altronde, un whisky di tre anni di quello deve sapere: di distillato e infanzia. La dolcezza si fa via via più interessante, compare dello sciroppo d’agave, con venature vegetali e sentori di pesca bianca. Si alzano volute di clorofilla, di betulla, una nuvola di fumo mentolato e sauna molto leggera, non il torbatone a cui siamo abituati. Il barile aggiunge della vaniglia e col tempo il cereale si prende la scena il cereale: è puro, chicco fermentato, riso, porridge, insomma materia prima allo stato brado. Il profumo è quello di certe weiss, quindi lievito e orzo. Primigenio.
P: molto preciso, con tutto al suo posto: avete detto dolcezza? Ecco ancora la vaniglia, dell’orzata e una parte di caffelatte zuccherato. Avete detto spezia? Via di pepe bianco (parecchio), ma anche semi di senape, anche wasabi ma forse è solo una suggestione nipponica. Avete detto vegetale? Ecco un che di albedo di limone, insalata iceberg e chicco d’orzo crudo. E la torba? C’è, ma non è heavy: caramello bruciato (e salato), fumo freddo e grande eleganza fumé, più che torbatona, impreziosita da un accenno quasi metallico che non stona. Se dobbiamo trovargli un piccolo difetto, ovviamente legato alla giovane età, è un che di pasta fermentata un po’ troppo piccantina.
F: amarognolo/vegetale, con dragon fruit, litchees e di nuovo chicco torbato crudo. Forse anche radici varie non meglio specificate.
Assolutamente a nostro agio in questa nuova era delle distillerie neonate che puntano sulla materia prima e la qualità del distillato. Una “opera prima” a regola d’arte, in cui non si cercano scorciatoie ma si valorizza l’orzo e la piacevolezza che i semplici sentori dell’alambicco sanno regalare. Godibile, ordinato, senza asperità, con una profondità non immediata. 87/100.
Sottofondo musicale consigliato: Devendra Banhart – Little yellow spider
