Lo abbiamo aspettato tutti come un Messia liquido. Trattasi della release più attesa e agognata della storia dello Scotch, una novità di cui c’era davvero bisogno in mezzo a tanti imbottigliamenti dei quali la necessità non si sentiva proprio. Stiamo parlando del primo batch di Ardbeg Ten a grado pieno, ovvero il Super Saiyan del whisky di Islay più amato dagli appassionati di torba di tutto il mondo.
Da anni il mercato e le migliaia di membri del Committee erano impegnati in un’opera concentrica e sfinente di stalking nei confronti del gruppo LVMH proprietario della distilleria. E ogni occasione era buona per chiedere a Bill Lumsden e al team dei whisky maker di fare una versione a grado pieno del The Ten, una specie di icona sotto steroidi insomma.
Ecco, finalmente il tempo è arrivato e alla Ardbeg hanno accettato la sfida. Quindi nel bicchiere abbiamo il primo, storico batch: gradazione livello “orda vichinga” di 61,7%. Il colore è quello di un buon vino bianco. Sospettiamo che però non sappia esattamente di Sauvignon…

N: no, non sa di Sauvignon, tranquilli. Il primo naso è piuttosto chiuso, i sentori tipici di Ardbeg ci sono tutti, ma attutiti dalla gradazione: lime, alghe e un fumo “di rimbalzo”, come entrare in una stanza nella quale qualcuno ha fumato una Marlboro al mentolo in precedenza. Ma facciamo ordine. La prima caratteristica a saltare alle narici è la dimensione costiera, con spruzzi d’acqua sugli scogli (tanti scogli), amido di stireria e un che di pesce azzurro sul banco del pescivendolo. La frutta è al minimo, oltre alla parte citrica giusto un che di mirabelle asprigne e uva spina, mentre spinge quella vegetale (non medicinale, più su finocchietto e cime di rapa, quasi). Infine, sua maestà la torba: non sgarbata, ma precisa e potente, su braci e parecchio palo santo. Vaniglia e zucchero a velo anche, come da manuale. Con acqua cresce il tocco vegetale, dal finocchietto al finocchio il passo è breve. Un profumo di sorbetto gourmand, di quelli con lime bio e basilico nano dell’orto di un nobile genovese decaduto, cose così. Col tempo quasi muschio bianco.
P: ci si aspetterebbe una cosa ingestibile, un misto fra horror e pornografia da vietare ai minori di 48 anni… E invece tutto sommato è una bomba H confortevole. Intendiamoci, non è pediatrico al palato, ha comunque più di 61 gradi: però non è atroce e riesce non si sa come ad essere piacevole. Si apre con bruciature, arachidi tostate, tabacco biondo… Cigarettes & alcohol, canterebbero gli Oasis. Poi, sulla cenere su cui non cresce più l’erba, è il turno della dolcezza spiccata, tutta pandoro, vanillina, crema chantilly e posacenere. Il pizzicorino alcolico si riverbera in quello salatino e minerale: arachidi salate, chips di mela e quel senso di frizzypazzy di certe caramelle anni ’90. Vira all’amarognolo, albedo di limone e piante montane solitamente adibite a rendere commestibili certe grappe: ruta? In generale il mouthfeel è un mix di oleosità e asciuttezza, curioso. Diluito guadagna in accessibilità ma non cambia dna, forse aumenta il sapore di chicco d’orzo torbato e compare del cioccolato bianco.
F: pastoso, dolce e con braci fredde che non lasciano scampo. Orzo crudo, crema limone e un che di mezcal, che quando diluito diventa decisamente liquirizia pura con una venatura di corteccia verde.
Vogliamo dire che è sorprendentemente complesso, impronosticabile, incredibile? No. Vogliamo dire che è di una solidità e di una piacevolezza devastanti? Eccome. Un Ardbeg tetragono, che affonda le già salde radici in tutti i suoi punti forti, rendendoli se possibile ancor più inscalfibili: la torba, ovviamente, ma anche la marinità e la dolcezza delle botti e del malto, tutti tratti distintivi del Ten, che in questa espressione si fanno ancor più netti. Eppoi la gradazione… Difficile trovare un 61% che sia più piacevole. Approviamo con gratitudine questo gesto di Ardbeg nei confronti di noi alcolizzati di lunga data: 90/100, come la paura. La paura di diventarne dipendenti.
Sottofondo musicale consigliato: Duo bucolico – Il bevitore longevo
