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glenlivet 85 yo (1940/2025, Gordon & MacPhail, 43.7%)

Ogni tanto la vita ci sorride. Passiamo il tempo a lamentarcene, a fare paragoni ingenerosi fra le divinità e gli animali da cortile, ma alla fine qualcosa di buono capita. E quando succede, mica lo raccontiamo a casa. No, corriamo qui e lo condividiamo con voi, perché in fondo ci capite più di mogli e parenti.
Domenica scorsa, al Whisky Live Paris organizzato dalla Maison du Whisky, eravamo fra i fortunati invitati a una serata di gala dai contorni segreti come non si vedeva da Eyes Wide Shut, ma senza Nicole Kidman mezza nuda. C’era invece sul palco l’head of sales di Gordon & MacPhail, Stuart Cassells, con una improbabile giacca color malva, e un compito da far tremare i polsi: presentare il lancio del whisky più vecchio di sempre.
Qui in una serie Netflix ci sarebbe una musica ansiogena…
Ma siamo su whiskyfacile e quindi poche ciance. Si tratta del secondo imbottigliamento della serie Artistry in Oak, dopo il Glenlivet 80 anni rilasciato nel 2020. Stavolta si tratta ancora di un Glenlivet, ma di 85 anni. D’altronde l’età media sta aumentando anche per gli esseri umani, perché non per il single malt?
Alla presenza di Richard Urquhart, quarta generazione dell’etichetta indipendente che quest’anno festeggia i 130 anni di attività, abbiamo dunque assaggiato questa lacrima di storia liquida. Il first fill sherry butt #336 è stato riempito con whisky di malto distillato il 3 febbraio 1940, più o meno al tempo dei raid della Luftwaffe nei cieli britannici durante la Seconda guerra mondiale. Il che fa impressione. Il liquido è stato imbottigliato il 5 febbraio 2025, e l’outturn è di 125 decanter, realizzati dall’architetto Jeanne Gang. Packaging d’impatto, non c’è che dire. Ultima nota prima di dirvi com’era: il costo è di 125mila sterline l’uno. Calcolando che l’assaggio era di 1 cl, abbiamo recensito un dram da 1.785,714285714286 sterline. Forse il sorso più costoso che abbiamo mai fatto. Il colore è ambrato.

N: ci deve essere un errore, uno scambio di bottiglie come gli scambi di neonati in culla. Perché il naso è clamorosamente fresco e floreale, sensazioni che non ci si aspetta da un whisky che ha passato in botte più tempo che i nostri nonni in vita. C’è della frutta bianca indistinta, una macedonia astratta e impressionista, un succo tropicale in cui spiccano mango e ananas, dell’albicocca diventata altro-da-sé. Questa coltre di frutta viene intessuta dalle elegantissime e ovvie note del legno, che più di una cantina umida ricorda un salotto buono, dal mobilio lucidato di fresco. Noci di macadamia più di noci, mandorle, un marzapane profondo. Il tempo c’è, e si sente, semplicemente non è un tempo malvissuto da casa di riposo, ma è un tempo aristocratico, di tabacco aromatizzato e cera d’api, prugne secche e cioccolato. Incantevole, con accenti che ricordano perfino la grazia di certi cognac. Sorpresa vera.

P: anche qui la freschezza generale non viene tradita. La prima cosa a colpire è il mouthfeel, quella carezza oleosa che istantaneamente avvolge il palato. Rispetto al naso, emerge più nitida una dimensione garbatamente amarognola, di pompelmo rosa disidratato, buccia di mela rossa e – col tempo – perfino di arancia. Il legno è più presente, ma non astringente: è piuttosto un legno dolce, con un accenno di toffee e una cremosità severa, se ci consentite l’ossimoro, di pastel di nata nocciolato. Pian piano addirittura la freschezza fruttata si fa più vibrante, compaiono screziature di cardamomo, una cera che tutto abbraccia, un retrogusto di frutte varie stracotte in composta e perfino della banana caramellata.

F: lungo, con legno antico, tabacco, cannella e noccioli di amarena. Un filo di piccantezza e un senso come di caramello al burro salato.

Rileggiamo i descrittori e ancora non ci capacitiamo di come un whisky dopo 85 anni passati in botte possa mostrare un profilo così vivace. Non c’è astringenza, non c’è quel senso di feroce tannicità. La spiegazione la azzarda lo stesso Richard Urquhart: da un lato il barile è in rovere americano, decisamente meno spinto dal punto di vista dei tannini; dall’altro ha influito senz’altro il posizionamento della botte all’interno del magazzino, poiché in certe zone “protette” dagli altri barili l’angel share è inferiore e la maturazione più lenta. Fatto sta che è un’esperienza straniante e bellissima quella di assaggiare una goccia di distillato del 1940, entrare tangenzialmente nella storia tra i pochi che hanno avuto questa fortuna. Fra i presenti, c’è chi sostiene che l’80 anni fosse ancora meglio. Noi ci limitiamo a godere commossi: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bruce Springsteen – Glory days

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