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Waterford Heritage Hunter 1.1 (2019/2022, ob, 50%)

Prima di recensire la consueta chicchetta del venerdì, lasciateci fare un po’ di promozione. Non tanto a noi, che essendo belli e dannati quasi quanto i Take That, i Moschettieri e i poeti maledetti messi insieme non ne abbiamo bisogno, ma alla Como Whisky Week, che si sta tenendo in questi giorni. Vi aspettiamo a Villa Geno domenica, dove avremo il nostro banchetto insieme a molti altri per una session di assaggi e godimenti.
Questo detto, torniamo a bazzicare la verde Irlanda e il regno dei sogni folli di Mark Reynier, ovvero Waterford, l’Irish whiskey che si è messo in mente di riscrivere tutto quello che sappiamo sul concetto di terroir nel single malt. La filosofia la conoscete e non ve la ripetiamo: concentrazione ossessiva sull’agricoltura, quindi composizione geologica del suolo, esposizione, varietà di orzo, eccetera. Non abbiamo fatto l’istituto agrario quindi ci fermiamo qui. Lo avessimo fatto, sapremmo spiegare meglio il concetto di maggese ma non sapremmo leggere in metrica gli epigrammi di Catullo: a ognuno il suo.
La serie Heritage si dedica a recuperare varietà di orzo dimenticate a vantaggio delle nuove varietà, maggiormente redditizie. Nella fattispecie, questo imbottigliamento riutilizza la varietà irlandese Hunter, che nel 1959 ha preso il nome da Herbert Hunter appunto. L’invecchiamento avviene in un mix di botti: first fill bourbon, virgin oak e rovere francese. Il colore è oro.

N: improvvisamente della grappa di Moscato giallo. Sul serio, al primo naso l’impatto è quello, croccante e aromatico, con quelle note tipiche del Moscato: frutta gialla, ananas, cedro, uvetta cilena. La giovinezza estrema è evidente, il distillato comanda: pera kaiser, legno fresco, moltissimo fieno e tisane rilassanti che ci fanno dormire tanto bene. Ecco, vale la pena spendere una parola sul legno: è davvero impattante, c’è proprio tutta la parte balsamica e vanigliata. Tuttavia, anche la parte di cereale – più di pane, di toast imburrato a dirla tutta – è totale. Un bel mix.

P: anche qui è estremo nella sua gioventù e purezza. Ecco, forse qui un filo meno puro, nel senso che il barile (vaniglia, cocco, un po’ di crema chantilly) si sente di più. La dolcezza si sente di più. Per il resto, è ancora tutto governato dallo spirito, quindi canditi vari e lieviti e un orzo più sotto forma di chicco che di biscotto. Miele, ganache al cioccolato bianco. Sciroppo dell’ananas in scatola. La gradazione è corretta, un po’ di zenzero e piccantezza. Mela verde in crescendo. E in crescendo è anche il pane caldo, la spezia dolce.

F: ottimo, dolce, speziato e lungo. Toast imburrato, molta curcuma e un tocco sporchino, come di metallo.

La parte che ci conquista più delle altre è il finale, incredibilmente profondo, con una spezia e una lunghezza perfettamente bilanciate con la dolcezza e il corpo. Un finale così ci porta ad alzare il voto considerevolmente, perché il finale è importante come le parole per Nanni Moretti in “Palombella rossa”. Al naso forse avremmo gradito un po’ meno legno, ma comprendiamo che con invecchiamenti così brevi servono barili attivi. Al contempo, il palato e il finale sono veramente sorprendenti, quasi masticabili. Il toast alla curcuma ci fa volare: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Slaves – The Hunter

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