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More Bowmore, un’epopea – Capitolo III

Chiudiamo le nostre tre cantiche dedicate alla dozzina abbondante di Bowmore che abbiamo assaggiato in una sera quando ancora eravamo giovani. Cioè due settimane fa, prima che improvvisamente avessimo un tracollo fisico che oggi ci fa somigliare al vecchio malvissuto dei Promessi Sposi. Ciancio alle bande e bando alle ciance, ecco gli ultimi 4 dram.

Bowmore 22 yo (1996/2018, Hidden spirits, 53.6%)
Dal bourbon cask BW9618 Andrea Ferrari (in collaborazione con la Maison du whisky) ha tratto 274 bottiglie. C: oro brillante. N: fermi tutti, che qui siamo di fronte a qualcosa di pericolosamente affascinante. Si capisce subito, da quel primo naso metafisico e materico, fatto di creta (proprio il Das che si usava a scuola), olio di lino, sassi e macchie di nafta sulla superficie del mare. Profuma di disastro ambientale, ma anche se sembra strano a dirsi è spettacolare. Pian piano si scorgono nuovi dettagli: una dolcezza cremosina di ripieno di caramella Rossana e miele; ma anche un senso di antico, di cemento in riva al mare. E non citiamo neanche Montale, non insistete. Una frutta remotissima (albicocca, carambola) arriva dopo una torba erbacea e delicatamente balsamica, con una punta di grani di senape. Profondo e tagliente. Chapeau. P: perfetto. Pieno, precisissimo. Ogni cosa riempie lo spazio che le compete: la frutta con albicocca, nespola e limone. La torba in crescendo netto, di alghe bruciate. L’acidità tropicale del maracuja. Domanda e risposta secca. Dolce senza essere appiccicoso, avvolgente senza perdere la sapidità marina. Un’albicocca torbata addentata dopo aver fatto il bagno al mare. E di questa immagine lubrica si assume la responsabilità Corrado, eh. F: Bowmore. Frutta tropicale, tanta torba e sale. Per sempre.
Iniziamo dal voto, che è 93/100, perché ci ha emozionato fin da subito, con quelle sue divagazioni enigmatiche sulla materia inerte e minerale. Ognuno ha un suo ideale di donna o di uomo. Questo è il nostro ideale di Bowmore.

Bowmore 23 yo (1994/2018, Adelphi, 54%)
Dal refill sherry cask #555 sono state riempite 521 bottiglie. C: rame. N: profuma di merenda, con cioccolato al latte e nocciole (anzi, proprio Nutella). Al primo naso così cremoso segue una teoria di frutta succosa, che dai frutti di bosco vari arriva fino alle pesche all’Amaretto. Marzapane. Un olfatto molto aperto ed espressivo, guidato da uno sherry fruttato e vivace, di cui ancora si distinguono note di flor. Il tutto ben si sposa con una torba aromatica tra l’incenso e l’aringa affumicata, molto oleosa e grassa. Olio di noci e ancora nocciole, molto molto tostate. P: contrariamente alle aspettative, il whisky da merenda è molto teso, con un’acidità nervosa di frutti rossi, albicocca e buccia di pesca. Questo lato bilancia bene l’oleosità, coerente con quella del naso (noci, pinoli, grasso di pesce affumicato). L’alcol è ben presente, non è per nulla pediatrico questo Bowmore. Col tempo, mentre le note di salmone affumicato (e di fumo nell’affumicatoio dove si produce il suddetto salmone) crescono, ecco prendersi la scena una torba organica, quasi umami, che ricorda il pane nero salato e bruciato. Sardine alla brace e una liquirizia possente. F: lungo e torbatone, pepe, pesce, Nutella carbonizzata. Dolce e sapido, il perfetto mix per un perfetto reflusso gastrico.
Questo di sicuro non è un Bowmore classico, ma noi fra neoclassici e romantici siamo sempre stati con i secondi. Un dram complesso e facile nello stesso tempo: complesso per l’intensità di sentori e la coesistenza di torba, sherry e note sapide/oleose, ma facile da amare perché gli spigoli sono poco contundenti e tutto sommato procede senza picchi estremi. E il naufragar ci è dolce in questo dram: 90/100.

Bowmore 26 yo (1989/2015, Cadenhead’s, 56.5%)
Un bourbon hogshead da 210 bottiglie per la Authentic collection. C: oro. N: rispetto al precedente, sembra immediatamente meno espressivo. Si apre su agrume, parecchio fieno e soprattutto sull’erica. Agrume, si diceva, ma è facile essere generici: qui siamo su lime e bergamotto. Decisamente le note di fiori, più secchi che freschi e decadenti, sono ben presenti: biancospino delicato e piacevole. La torba si fatica davvero ad isolarla, è al massimo un’eco impercettibile di grafite, una mineralità sporchina e lontana. Composta di pere, mirabelle. Un po’ chiuso, ha bisogno di due gocce d’acqua, che scatenano l’anima più oleosa, di lino o di arachidi, fate voi. P: come si legge sui fumetti quando qualcosa esplode: “Ka-booom!”. In bocca è una sberla di sapori, meno fruttato e invece assai più farmy. Più che la fattoria, però, ricorda la scuderia di cavalli, con fieno, sudore animale. Piacevolmente torbato e ancora viscoso e avvolgente, paga dazio ai suoi 26 anni: il che significa più note terziarie di legno (noccioli di pesca, mandorle) e meno frutta. Al massimo bucce di arance lasciate sulla stufa. Diluito, si fa più torbato e tostato. F: più dolce, con zucchero vanigliato, torta di caramello e noci pecan, gianduia e torba pura.
Non pare seguire un pattern preciso, e a dire la verità neanche un filo logico. Alterna timidezze austere alla voglia di stupire e spaccare tutto, in un gioco di alternanze e sorprese, come il finale così imprevedibilmente morbido. Il lungo invecchiamento leviga soprattutto il lato più isolano, che quasi sparisce, ma in cambio dona un’eleganza vellutata da commuoversi. La media è un 89/100.

Bowmore 20 yo vintage 1976 (1976/1996, Signatory, 52.6%)
Due “oak casks” (grazie per la precisione…), precisamente il 3548 e il 3549, hanno dato vita a 480 bottiglie. C: oro. N: base chiama Soyuz: smettete di fare la guerra e fateci posto, che con questo naso voliamo nello spazio. Bisogna lasciar decantare le sensazioni, perché questo è il naso più stratificato della serata. Si apre con l’immagine di un campo d’orzo in riva al mare, che tiene insieme il malto (ancora intatto dopo vent’anni) e l’aria costiera. Poi ecco deflagrare la frutta più nitida della nostra sporca dozzina di dram: prugna gialla, ma anche kiwi gold, mango e maracuja. Eravamo preoccupati, ma anche stavolta possiamo gridare “tropicale” a squarciagola nella notte. Tutto è maturo e intenso: crema di ananas, anche. La torba è sfumata, vaporosa, un senso di candela che brucia e fa un filo di fumo elegante. E la candela introduce l’ultimo strato, una mineralità cerosa trasversale e super setosa. No, non è vero, spunta anche un guizzo agrumato di arancia vaniglia. P: l’indubbia eleganza, suadente come solo un vestito di taglio perfetto sa essere, è una gioia e un limite. Perché ovviamente paga dazio il lato più “deciso”. Qui vince la frutta (la stessa del naso: maracuja, mango, pesca, banana) e una dolcezza di pasticceria: marzapane (salato, però) e confetti artigianali. Tabacco da pipa e un retrogusto di torba minerale che evolve naturalmente in una sensazione di carta vecchia. E se non avete mai mangiato una Bibbia del Cinquecento sono affari vostri. F: stessa frutta con più torba, oleoso. Maracuja salmastra, che detta così fa venire i conati ma no, credeteci che è buonissima.
Un naso eccezionale a cui segue un palato ottimo, ma – come spesso capita per i whisky vecchi – un filo inferiore. In generale la frutta è quel che qui ci fa gridare al miracolo, perché è semplicemente straordinaria, come d’altronde il tocco mistico di aurea dignitas dell’old bottle effect. Meno di 91/100 non si può proprio.

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