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Botti da orbi: Nikka discovery

Dato che non c’è cosa più divina che sbevazzare di mattina, quando da Velier è giunto un simpatico pacchettino ripieno di samples e corredato da un invito per una degustazione alle ore 11 del 18 ottobre, la reazione non poteva che essere di giubilo. Per cui, archiviate le remore morali, sanitarie e professionali legate al fatto che bere whisky prima di pranzo è ancora pratica poco accettata nel mondo lavorativo italiano, chi scrive si è volentieri sacrificato. E altrettanto volentieri è qui a farvi un fedele resoconto.

L’occasione della colazione a base di cereali distillati provenienti dall’Oriente (diciamocelo: single malt batte Corn Flakes 3-0…) era l’anteprima europea della nuova “Discovery series” di Nikka, il brand di whisky giapponese la cui storia è legata a doppio filo alla figura di Masataka Taketsuru, il supereroe nipponico della distillazione. Una specie di figura mitologica su cui prima o poi faranno anche un cartone animato, ed anzi è inspiegabile che non l’abbiano ancora fatto.

Dopo una diversamente breve (ehm…) presentazione della storia aziendale e delle mirabolanti avventure di Masataka, la International business development manager Emiko Kaji ha presentato il progetto, che fino al 2025 punterà su release limitate, ideate con l’obiettivo di sperimentare e “diversificare” i profili delle due distillerie del gruppo: Yoichi e Miyagikyo. La prima, attiva dal 1936 sull’isola settentrionale di Hokkaido, è caratterizzata da alambicchi bassi (simili a quelli visti da Taketsuru nel suo periodo a Longmorn) riscaldati a fuoco diretto e dotati di worm tub, e tradizionalmente utilizza malto leggermente torbato. Miyagikyo è stata invece aperta nel 1969, utilizza alambicchi a fuoco indiretto con collo di cigno ascendente e il suo distillato è fruttato e floreale. Ecco, la serie Nikka Discovery vuole ribaltare tutti questi punti fermi ed esplorare il potenziale aromatico delle due distillerie al di là degli stili che il mondo ha imparato a conoscere.

Ovviamente, per “uccidere il padre” (la psicanalisi ci sta prendendo la mano, scusate) occorre conoscerlo bene. E dunque la degustazione si apre con i classici NAS delle due distillerie. Lo Yoichi lo abbiamo già approfondito in passato sia qui sia qui, dunque non ci soffermeremo ulteriormente. Invece il Miyagikyo ci manca nella raccolta di figurine/recensioni, quindi ne approfittiamo.

Miyagikyo NAS (2021, OB, 45%)

N. come gli highlights delle partite di calcio, questo naso è una sintesi della frutta globale: innanzitutto agrumi (arancia e mandarino), poi melone, pesca. Dire “macedonia” ci sembrava riduttivo ma ci sta. Ma anche un po’ di cocco e ananas, per gradire. Ci sono botti di sherry, qui. Un accenno di fiori delicati, marzapane ed alchermes, ma senza mai quella sensazione appiccicaticcia che spesso si accompagna. Da qualche parte rimane un accenno fresco, vagamente minerale e verde. Un naso fruttato ma agile, vegetale. Non banale, ma neanche un’apoteosi di complessità. P. qui la crema di frutta vince a mani basse, con albicocca e pesca. Molto morbido, vellutato. Quel guizzo verde del naso qui diventa più piccante e deciso: cardamomo. Il malto, piuttosto oleoso, è protagonista: parte sul chicco acerbo, ma col tempo sembra quasi malto tostato. L’alcol è ben integrato, forse si nota di più la gioventù e manca di picchi, rimanendo in un’aurea medietas. Speziette di nuovo, oltre al cardamomo spunta dello zenzero. F. relativamente più secco, legno e noccioli. Abbastanza corto, la parte meno riuscita.
La sensazione è curiosa, è come se qualcosa lo trattenesse sempre dallo spiccare il volo. Ci sono potenzialità enormi in questo distillato, così magnificamente fruttato e allo stesso tempo scattante. Eppure rimane nella terra di mezzo tra il capolavoro e la normalità. D’altronde bisogna anche considerare che non stiamo parlando di maturazioni bibliche. In quest’ottica, la sua qualità migliore è la leggerezza di toni, con frutta, malto e spezie del legno sapientemente dosate. 85/100.

Una volta fissati i canoni dei due profili, il secondo step della degustazione è una vera chicca: nei samples, due “sub-blended”, ovvero esperimenti non in commercio ma utilizzati esclusivamente nelle masterclass Nikka. Non daremo voti, ma siamo convinti che valga la pena buttare giù due pensieri, perché sono due whisky davvero interessanti.
Il primo è il Miyagikyo No Peat invecchiato in un mix di barili recharred, refill e remade. Al contrario del base, niente barili di sherry. Il che rende il naso molto più croccante e fresco, anche se sempre sui toni della frutta: pera, carambola. Un tocco floreale e soprattutto tanta mandorla, che la fa da padrona anche in un palato più diretto e magro. Frutta varia, gelato all’albicocca, miele ma soprattutto parecchia frutta secca e spezie (grani del Paradiso), dovuta all’influenza dei barili. Finale coerente, mandorla, macedonia e zenzero.
Ancor più convincente e a suo modo unico il secondo “sub blended”, uno Yoichi Heavily Peated, con malto torbato a 50 ppm. Al naso ricorda sorprendentemente l’Octomore, anche se la torbatura è decisamente minore. Eppure quel mix di smog freddo e molto bruciato, lieviti, pane, sale e zucchero ci trascina in una dimensione parallela in cui Islay e Hokkaido si scambiano i vestiti e la collocazione geografica. Giovane, zero frutta e un senso di confetto, ma anche una parte quasi chimica di Diavolina e senape. Al palato è ancora confetto bruciato e cenere, ma l’effetto torba è più acre del previsto. In crescendo la salamoia di olive e la mineralità e un tocco acidino come di limone o uva spina. Finale più “normale”: pera, cenere, pane salato e un tocco umami, come di funghi. Davvero unico.

La platea è ormai entrata nel mood “no limits”, è pronta ad abbattere ogni frontiera dell’assaggio e si prepara ai piatti forti. Anzi ai bicchieri forti, cioè le due espressioni di Nikka Discovery 2021, ultime aggiunte al core range dopo il blended Nikka Days e i due finish in brandy di mele. Due NAS, entrambi non filtrati a freddo e tirati in 20.000 bottiglie. Prezzo? Diversamente popolare: 245 euro.

Yoichi Non Peated “Nikka Discovery” (2021, OB, 47%)

N. attacca leggero e minerale, il dna della casa è pienamente rispettato fin dal principio. Fin da subito accade un fenomeno strano, ovvero un fuggevolissimo sentore di asparago che si ripresenta per un millesimo di secondo ogni volta si riporta il bicchiere alle narici. Un guizzo che sparisce subito, ma che dà l’idea di un profilo più complesso del previsto. E la sensazione è confermata da un delizioso profumo di candela spenta, che sarà pure “non peated” ma un fumino lieve aleggia comunque. Si entra poi nel cuore del whisky, dove una dolcezza giovane viene bilanciata dalla mineralità: confetti alla banana, vaniglia, frutta gialla (ananas che cresce pian piano), acqua di cocco e miele di tiglio. Qualcosa di magnesia o talco e un accenno “verde” che ricorda certi champagne o il sidro. Col tempo, un’ombra più sporchina: sacco di iuta in cantina. P. secco e affilato, ancora minerale e ancora con un elegante senso di fumo di candela. Vibrante il lato fruttato acido di limone, pompelmo, pera e mela renetta, ma parecchio rampante è anche il legno con le sue spezie. A dire il vero, l’effetto sul palato è un po’ eccessivo nella piccantezza, con l’alcol che manca di grazia. Un senso di malto tostato introduce una dimensione bruciatina più evidente. Con acqua emerge un tocco floreale che non stona. F. sale, pepe, limone amarognolo e bruciatino. Zenzero.
Una spada, anzi un pugnale scintillante. Non un whisky semplice da capire e godere, soprattutto per la sua assoluta mancanza di concessioni alla piacioneria. I legni usati sono nervosi e regalano lo stesso carattere al distillato. Che senza l’apporto della torba (o almeno, con solo minime screziature di torba) risulta ancora più teso. Se il naso è affascinante nelle sue sfumature, forse il palato mostra un piccolo limite di eleganza e piacevolezza. 86/100.

Miyagikyo Peated “Nikka Discovery” (2021, OB, 48%)

N. se con Yoichi vince il francescanesimo minimale, qui è la fiera dell’opulenza. Si apre su frutta caramellata e quasi bruciacchiata, come una tarte tatin rimasta troppo in forno, o una di quelle torte di mele “bagnate”. Subito dopo ecco la torba – molto terrestre – che ricorda la fava tonka tostata o le melanzane grigliate. Pieno, carico e decadente, sembra meno giovane dello Yoichi e senza dubbio è tutta farina del sacco del barile (ok, il gioco di parole è drammatico). Cannella, cioccolato al latte, perfino un guizzo vinoso. Si chiude con vaniglia e marshmallow che crescono con aggiunta d’acqua. Crosta di pane alle erbe? P. molto pieno anche in bocca, attacca dolce su caramello, uvetta, amarena e liquirizia ripiena. Poi cede il passo alla legna bruciata, che porta in dote un’astringenza molto gradevole e discreta. La frutta non è per nulla stucchevole, anzi mostra anche un lato più acidino, tra il mandarino e i mirtilli rossi essiccati. Il corpo è oleoso, il palato viene avvolto e c’è anche spazio per un guizzo sapido che non si sa bene da dove provenga, tipo i cerchi nel grano che spuntano ogni tanto. Diluito si fa meno rotondo, rivela la sua gioventù e diventa un filo amaro. E dunque non diluiamolo mai più. F. lungo e piacevole, miele di castagno, cioccolato e mou, legna di sauna.
Si conferma l’idea iniziale, della coppia il Miyagikyo è quello più focalizzato sul barile e meno sul distillato, ma non si pensi a una sventagliata di legno e spezie, perché questo è un piccolo miracolo di equilibrio. Più accessibile e sicuramente più costruito dello Yoichi, ma di grande bevibilità e di spessore davvero non comune. Ricco, lungo, bilanciato, ottimo. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The rime of the ancient mariner

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