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Intervista ad Angela D’Orazio (Mackmyra)

Complice il fatto che – tra distillerie ufficiali e imbottigliatori indipendenti – il mercato pullula di Scotch di ogni genere, colpevolmente ci capita di trascurare un po’ le isole minori dell’arcipelago mondiale del whisky. Il che è un peccato, perché dietro ad alcuni marchi ci sono storie entusiasmanti di prodotti, avventure e persone che meritano di essere raccontate.

Una di queste è quella di Mackmyra, la principale distilleria di whisky svedese. Piccola premessa: purtroppo la nostra esperienza con Mackmyra è risicata. Ahinoi, gli imbottigliamenti non sono ancora distribuiti ufficialmente in Italia e dunque ogni tanto incappiamo in qualche sample nelle fiere a cui ci capita di presenziare all’estero. Qui la nostra recensione del Mack, qui quella del Vintertradgard.
Mackmyra-1stDistillery

Innanzitutto, Angela, il tuo nome non può mentire. C’è dell’Italia alla guida di Mackmyra…
“Esattamente, il 50%, mamma scandinava e papà italiano che cucinava benissimo. A dire il vero in famiglia tutti erano ottimi cuochi, ho imparato presto la curiosità per gusti, sapori e sensazioni. Sono cresciuta in Svezia, poi dai 17 ai 27 anni ho seguito papà a Siena. Lì ho visto posti meravigliosi, fatto la fotomodella e la presentatrice nelle tv locali, iniziato a lavorare nel mondo del vino… E ho scoperto il single malt!”.

Il primo non si scorda mai. Raccontacelo…
“Come tutti i ragazzi, all’inizio erano blended o Southern Comfort alle feste. Ovviamente non mi piacevano granché. Poi in Italia, che al tempo era la patria dei single malt come Glen Grant, Glenlivet e Macallan, ho avuto l’epifania. Improvvisamente, ho capito che il whisky non era solo una cosa ganza da maschi, ma una delizia”.

Dai primi dram fino a diventare master distiller a Mackmyra però il passo non è breve. Ci riassumi trent’anni di carriera in un minuto?
“Proviamo. Ho seguito dei corsi di degustazione e la scuola di Brewing & Distilling a Edinburgo. Ho iniziato ad aiutare i distributori svedesi di whisky alle fiere e così ho conosciuto i ragazzi di Glenmorangie. Per loro ho lavorato come brand ambassador, prima all’aeroporto di Stoccolma e poi in giro per il mondo. Quando sono arrivata in Scozia mi sono letteralmente innamorata della cultura dello Scotch, è stato come incontrare Gesù…”.

Poi sei tornata in Svezia, e lì…
“Prima ho lavorato con il mio ex marito l’Akkurat whisky bar e ho gestito il clan svedese della Scotch Malt Whisky Society. Tenevo due degustazioni al giorno, 7 su su 7. Finché all’Akkurat non sono arrivati i proprietari di Mackmyra. Ci siamo conosciuti, loro cercavano una consulente per dei panel sensoriali. E dopo due anni, sono diventata master blender. Anche se a dire il vero non è esattamente il mio titolo…”.

Su questo siamo preparati: tu sei “Chief Nose Officer”. Primo ufficiale del Naso, te lo invidiamo da morire.
“Ah ah! Non sai quanti uomini me lo invidiano! Ne sono fierissima e lo uso anche!. E pensare che è nato per caso: un consigliere d’amministrazione un giorno mi fa notare che tutte le aziende hanno un chief qualcosa, executive o financial. E io sono diventata Chief Nose“.

content_big_MicrosoftmeetsMackmyra_D1-17Dalla distilleria al tuo ruolo di giudice nelle competizioni internazionali di spiriti: il naso è il centro del tuo lavoro?
“Senza dubbio. I profumi mi hanno sempre intrigato. D’altronde come sapete ogni giorno dobbiamo assaggiare centinaia di campioni, ma non è un party: se lo facessimo con il palato e non con l’olfatto, avremmo grossi problemi. In questo mestiere chi tende a bere non dura tanto…”.

Torniamo a Mackmyra, che ormai per tutti è “il” whisky svedese per antonomasia. Siete cresciuti insieme, si può dire che siete un tutt’uno ormai…
“Beh, sì, dal 2004 ormai di tempo ne è passato, diciamo che siamo compagni di viaggio. Prima di Mackmyra, l’unico whisky distillato in Svezia era stato lo Skeppet, prodotto dall’industria statale Vin & Spirit dal ’58 al ’72, con alambicchi recuperati in Scozia. Un blended di grain whisky locale e orzo super torbato scozzese, e inizialmente anche con distillato di patate. Per darvi un’idea: durante il grande sciopero dei trasporti del ’72, lo Skeppet era l’unico prodotto a rimanere sugli scaffali, insieme al Bols Egg Liqueur… Non era esattamente apprezzato. Insomma, quando negli anni ’90 lo Scotch è tornato di moda, a Mackmyra ebbero subito l’idea di puntare sulla qualità e sul single malt, con l’idea di creare però uno stile diverso, proprio. E cioè un whisky fresco, vivido, anticonformista”.

La più grande questione di filosofia distillatoria: imitare i maestri scozzesi o trovare nuove vie?
“Noi siamo siamo per la seconda corrente di pensiero, abbiamo cercato di sviluppare un nostro stile e una nostra personalità. Intendiamoci: ho un rispetto sacro e una stima infinita per il lavoro e la tradizione degli scozzesi. Ci ispiriamo a loro ogni giorno e all’inizio li abbiamo anche presi a modello. Però semplicemente non vogliamo copiare e basta. Sarà anche un po’ la mia indole ribelle da adolescente punk – e perché no anche il fatto che il loro disciplinare è molto più rigido -, ma da sempre a Mackmyra ci piace battere strade nuove. Di produttori svedesi in kilt ce ne sono già abbastanza…”.

In che cosa il vostro stile è pionieristico?
“Innanzitutto dalle materie prime. Usiamo solo orzo svedese, con tre livelli di affumicatura: Elegant, non torbato; Smoke/Rök, leggermente torbato; Extra Rök molto torbato. Poi acqua locale, ceppi di lieviti svedesi per dolci, che danno un bouquet particolarissimo di aromi freschi e fruttati al distillato, e una grande varietà di barili, soprattutto in rovere svedese”.

Guardare la vostra gamma è come fare un giro al luna-park. Tra gli oltre settanta imbottigliamenti che avete realizzato, si trovano espressioni incredibilmente originali… Ce ne racconti qualcuna?
“Volentieri, partiamo dall’ultimo? Si chiama Grönt Te e per me è unico per due motivi. Intanto perché è affinato per 19 mesi in botti che contenevano sherry Oloroso infuso con quattro diversi tipi di foglie di tè verde. E poi perché – e questa è una piccola notizia – è il primo in cui utilizziamo whisky proveniente da entrambi i nostri impianti di distillazione: distillato giovane dagli alambicchi della nostra Gravity Distillery (inaugurata nel 2011, ndr) insieme a whisky più maturo dalla distilleria precedente (la Mackmyra Bruk, dove ora si produce il Lab Organic gin, medaglia d’oro all’American Distilling Institute’s Craft Spirit competition, ndr)”.

Il tè verde ci porta a fare un’escursione nell’altra tua grande passione, la danza olistica.
“Si chiama NIA, è una tecnica che unisce danza, fitness, arti marziali e benessere mentale ed è nata in California. Ogni livello ti porta nuova consapevolezza. Sono istruttrice e tengo anche lezioni all’aperto. Sono cintura nera eh!”.

Torniamo di botto ai tuoi whisky rivoluzionari. Sparacene qualcuno, che siamo curiosi come scimmie…
“Beh, Midnattssol è praticamente unico: fa parte della serie dei Seasonal bottlings ed è ispirato al famoso sole di mezzanotte dell’estate al Nord. Whisky invecchiato in barili ex bourbon ed ex sherry e affinato in botti che avevano contenuto vino di betulla, una bevanda ricavata dalla linfa che si estrae a inizio primavera”.

Non è l’unico in cui utilizzi “vini” locali per i finishing, giusto?
“Esatto. Faccio parecchi esperimenti, poi i miei colleghi fanno volentieri da cavie. C’è stato Vinterglöd, affinato in barili ex vin brulè; per Blomstertid un terzo dei barili usati avevano contenuto prima vino di ciliegie; per Skog, della serie Moment, abbiamo usato vino di mirtilli rossi e blu, per Delägare il cloudberry wine (le bacche del camemoro o rovo artico, ndr). E poi Äppelblom con finish in barili di Calvados di Christian Drouin, Skördetid – che significa vendemmia, anche se ammetto che il nome non è proprio facile per chi non parla svedese, tant’è che abbiamo dovuto fare una campagna pubblicitaria per spiegare come pronunciarlo – passa sei mesi in botti di Amarone Masi…”.

Ok, ok, ferma! Oltre alla serie stagionale, che segue i ritmi della natura svedese, hai citato la serie Moment. Ce ne parli?
“Si basa su una massima semplice: cogli l’attimo. Banalmente, andiamo nella warehouse, guardiamo qui e là, ci facciamo venire delle idee e imbottigliamo degli small batch. C’è un barile buono e alla giusta maturazione? Via ragazzi, si prende e si fa!”.

Che poi, facile dire warehouse. Ma i vostri barili mica invecchiano in magazzini normali…
“Abbiamo parecchi siti di maturazione, uno perfino in Germania. I principali sono due: uno è su Fjäderholmarna, un’isoletta a 25 minuti di barca da Stoccolma. L’altro, il più grande, è un’enorme sala a 50 metri di profondità nelle vecchie miniere di Bodås. Era un locale in cui tenevano camion e trivelle, poi dopo la dismissione dell’attività estrattiva ha ospitato il cinema per i minatori e perfino una coltivazione di funghi champignon. L’abbiamo scelta per invecchiare le botti più capienti e fare la prima parte dell’assemblaggio. C’è una temperatura costante di 7/9° e il 99% di umidità che permette un angel share basso, dell’1,6%”.

A proposito di botti, vi siete specializzati anche in questo, giusto?
“Sì, ci piace utilizzare botti piccole, da 100 o 128 litri. Lo facciamo per avere un whisky più pronto. Come sapete, noi preferiamo il No Age Statement. In origine anche gli scozzesi facevano così: l’età dichiarata è stata introdotta quando c’era necessità di smaltire (e valorizzare) prodotto vecchio. Comunque, essendo giovani, noi dobbiamo valorizzare il distillato che abbiamo. Le botti piccole ci aiutano, per esempio, nella nostra First Edition il 50/60% del whisky ha fatto un finishing in Quarter casks”.

E le botticelle per i privati?
“Mackmyra Private piace molto. L’idea di scegliere o adottare un barilotto personale secondo i propri gusti intriga. Dal 2002 ne abbiamo vendute più di ventimila. Sono botti da 30 litri, e sai perché? Perché il nostro primo alambicco era costruito per dare un cuore di distillazione di 30 litri”.

Parliamo un po’ di te. Hai ricevuto il riconoscimento di “Whisky Icon” di WhiskyMagazine e soprattutto nel 2019 sei entrata nella “Whisky Hall of Fame” ai World of Whiskies Awards, mica pizza e fichi. Un segno che le donne stanno smontando la dittatura maschile nel whisky?
“Posto n.58, terza donna nella Hall of Fame: mi emoziono ancora adesso a pensarci! Pensa che me lo hanno tenuto nascosto fino all’ultimo. Il mio CEO Magnus Dandanell mi aveva solo detto che dovevamo andare a Londra a ritirare una medaglia per un nostro imbottigliamento. Quando poi dal palco hanno annunciato che il premio andava a un’italiana che praticava NIA mi è venuto un leggero sospetto… Comunque è stato un momento bellissimo, finalmente ho capito che i sacrifici fatti avevano un senso. Anche se…”.

Lasciaci indovinare: c’è ancora molto da fare?
“Esatto. Quando ho iniziato gli uomini pensavano che non potessi saperne più di loro. Questa, per una competitiva come me, è stata una grande motivazione. Dovevo provare che ero capace. Per le donne nel whisky è così. Basta con le distillerie di soli uomini, su! Ora la comunicazione è diventata unisex, ma ancora capita che bacchetti i ragazzi del marketing perché si dimenticano le donne: è più facile puntare sui clienti maschi che ci sono già piuttosto che puntare alle clienti femmine che potrebbero arrivare. Molti dicono che le donne hanno geneticamente un olfatto migliore. Io non so se crederci, ma sono sicura che abbiano un approccio diverso, che possano dare un punto di vista nuovo. Per questo in America cresce la percentuale femminile impiegata in ogni fase della distillazione. Per questo a Mackmyra su 53 dipendenti la maggioranza è donna”.

Per esempio, a proposito di diverso approccio, possono creare il primo whisky nato con l’Intelligenza Artificale, o un whisky in collaborazione con gli Scorpions…
“Il progetto di Intelligens ha creato un po’ di discussione, lo so…”

Più che altro, gli ortodossi della tradizione hanno minacciato di darsi fuoco…
“Perché non sanno come funziona! Prima cosa: nessuna, e ripeto nessuna, intelligenza artificiale può sostituire il gusto, il talento e l’esperienza del master blender. Però può aiutarlo. La nostra idea, in collaborazione con Microsoft e con l’azienda finlandese Fourkind, è quella di usare i big-data. Mi spiego: gli algoritmi possono dare una mano in ogni fase della produzione. Noi li utilizziamo per la messa a punto delle ricette. Inseriamo ogni singolo dato sui nostri whisky: varietà d’orzo, dosi, lieviti, tipo di legno, invecchiamento, perfino i premi vinti dagli imbottigliamenti. Il cervellone elabora e spara un migliaio di ricette”.

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