Lunedì è un giorno complicato, di solito i posticipi di Serie A sono osceni, perfino per il livello osceno della Serie A. In più, mediamente si torna al lavoro dopo l’illusione di libertà del weekend, il che rende la vita ancor più caina. Ecco perché è con grande piacere che siamo finiti a lenire le nostre sofferenze esistenziali all’Harp Pub di piazza Leonardo, il nostro rifugio del cuore quando abbiamo quel languorino che Ambrogio dei Ferrero Rocher definiva “voglia di qualcosa di buono” e che noi ci limitiamo a definire con “voglia di whisky”.
La serata era dedicata a Ballindalloch, distilleria dello Speyside aperta nel 2014 e di proprietà dei Mapcpherson-Grant, famiglia storica dello Scotch, che fino al 1965 deteneva parte di Cragganmore. Si tratta di una realtà molto piccola (50mila litri all’anno la produzione), ma interessante: a parte i worm tubes in legno, è una single estate distillery, ovvero utilizza solo orzo coltivato nei terreni di proprietà nei dintorni dell’omonimo castello. In Italia i whisky sono distribuiti da Proposta Spirits.
Insomma, ospiti di Angelone Corbetta ci siamo sparati sette espressioni e ve le recensiamo (concisamente) qui.

Ballindalloch 2016 Vintage release (2025, OB, 48%)
Seconda edizione della serie Vintage release: 9 anni di invecchiamento in una combinazione di botti bourbon e Oloroso sherry. C: oro carico. N: brioche all’albicocca, nella timidezza iniziale del naso. Con calma emergono parecchio toffee, un caramello molto avvolgente che sconfina nel clementino e nella vaniglia. Quasi sigaro dolce. Pian piano emerge anche del té zuccherato e un guizzo tropical. Bel naso. P: consapevoli della bestialità, diciamo che ricorda il mouthfeel nocciolato di certi Macallan moderni. Nel senso che ha del cioccolato, qualcosa di arancia dolce e parecchio caramello ancora. Equilibrato, rotondo, anche se un filo sfuggente. F: mandorla, marzapane e un pizzico di legno.
Buono, si avverte lo sherry. Che è molto contemporaneo ma non per questo sgradevole, anzi. Bene il grado non minimo, bene il generale equilibrio. Bella bestia: 85/100.

Ballindalloch 2015 Vintage release (2024, OB, 46%)
Ecco la prima edizione, con una percentuale più alta di botti ex bourbon. C: oro chiaro. N: folate di zucchero a velo e limone, refoli di freschezza pasticcera. Anche qui non siamo nel territorio dei nasi sfacciati, rimane una certa chiusura. A cui si aggiunge anche una decisa nota di gioventù e distillato. Più puro (non più nudo) del precedente. P: al palato resta un filo alcolico e acerbo, e anche più leggero. Non solo per la gradazione quanto per la struttura. Asciuga un po’, esalta in compenso il cereale, con legno di balsa, pera e di nuovo limone. F: corto, zenzero e un po’ polveroso.
Meno interessante, più sul versante della freschezza e del cereale rispetto al primo. Il che non è un delitto, ma perde un po’ in corpo e piacevolezza. Un onesto 81/100.

Ballindalloch 2016 ex Bourbon single cask for Italy (2016/2024, OB, 60.6%)
Single cask (ex bourbon hogshead) n.236 in esclusiva per l’Italia. 232 bottiglie. C: oro bianco. N: niente, anche qui la timidezza di una novizia rinchiusa in convento controvoglia. Serve pazienza e tempo per far uscire la sua vera anima, ma quando succede, beh ne vale la pena. Emergono delle note molto solide di pasticceria: pandoro, shortbread, vaniglia, miele… A queste si somma una teoria di frutta candita soprattutto tropicale, dall’ananas al mango. Latte condensato e con il tempo un curioso sentore di carta di giornale, che lo rende più intrigante. P: l’integrazione dell’alcol è perfetta, il mouthfeel eccellente: caffelatte, biscotto ancora, canditi a iosa (stavolta anche del cedro). Rispetto al naso, si aggiungono le spezie e una dimensione vegetale, quasi amarognola: buccia di pera, coriandolo in semi. F: più lungo e caldo, con mandorla, cioccolato al latte e orzata.
Decisamente ben fatto, ottimamente integrato, ricco eppure piacevole. Un 88/100 che sa di pulizia e sostanza.

Ballindalloch 2015 ex Sherry single cask for Italy (2015/2024, OB, 61.9%)
Oloroso sherry butt #473, 639 bottiglie, sempre in esclusiva per l’Italia. C: ambra rossastra. N: molto sherry, poco Oloroso. Ci spieghiamo: il naso si apre con una spremuta di Mars, nel senso di snack di cioccolato al latte e caramello tipico degli anni ’80, non nel senso del pianeta rosso. Gianduia, anche, e pesca sciroppata. Tutto comunica morbida voluttà, non c’è quella verticalità severa che si avverte in certi Oloroso più secchi. Un Oloroso morbidoso insomma. In cui però col tempo compare un guizzo sulfureo e del cuoio, a sporcare e intrigare. P: di nuovo gradazione impossibile da decifrare, alcol pressoché nascosto. Qui si fa più asciutto e secco, con cacao in polvere, frutta rossa disidratata, tannini. Continua a mancarci qualcosa. F: qui l’alcol è naturalmente più presente, con caramella mou e té alla pesca.
Siamo due spanne più in basso rispetto al bourbon cask, ma non è per nulla un cattivo whisky. Semplicemente rimane un filo a metà strada, e dunque voto da metà strada: 84/100. Meno buono del primo? Ni: forse è più profondo, ma è anche meno piacevole.

Ballindalloch 2015 Port finish single cask for Italy (2015/2025, OB, 59.9%)
Sette anni di maturazione in bourbon, 2 anni e mezzo in Ruby port cask. C: oro rosa. N: il problema è che al naso spunta anche l’alcol rosa… Succede questa cosa che può capitare con i finish, cioè una scissione della parte alcolica che va un po’ dove le pare. C’è poi una parte acidula di succo di frutti rossi, vino fragolino, ribes… Sembra scomposto, si fatica a percepire altro. Con qualche goccia d’acqua migliore, diventa più compiutamente una marmellata di fragole, seppur acidina. P: eh niente, non è proprio la nostra tazza di té, come direbbero in Gran Bretagna. Continuiamo a sentirlo slegato, butta fuori sentori amarognoli di chinotto, di buccia di mela. Rimane una acidità viva di uva, fa salivare. I tannini spingono. Diluito, rimane amarognolo. F: legno, vino, amarezze.
A qualcuno piace porto. Non a noi. Il finish in queste botti si conferma un animale strano, divisivo, come il pipistrello: tiene lontani gli insetti, ma a qualcuno come bestia fa senso. Ecco, noi ci iscriviamo al secondo partito. Il fatto che le botti contenessero Ruby Port, cioè più fresco del Tawny, rende il marriage ancora più hard. Severi, diamo un 77/100. Ma comprendiamo se a qualcuno è piaciuto.

Ballindalloch 2017 Virgin oak single cask for UK (2017/2025, OB, 62.7%)
Single cask #69, virgin oak, solo per il Regno Unito. 330 bottiglie. C: oro carico. N: il manuale del virgin oak: pagina 1 il cocco, pagina 2 la vaniglia, pagina 3 la pera, e così via. Qui l’alcol si fa sentire, ma non in maniera becera. Però rispetto agli altri single cask qui spinge di più (e a onor del vero è anche più alto il grado alcolico). Anche il legno è naturalmente più presente. Qui la diluizione premia enormemente il naso: esplode la mou, si fa molto aromatico (confetto, banana) e pure goloso. P: rimane abbastanza alcolico, ma il corpo sostiene la potenza. Oleoso, con noci pecan e pera disidratata in primo piano. E legno ovviamente. Con acqua si prende la scena la clorofilla, la parte balsamica della quercia americana. Ancora caramello e cioccolato al latte. F: non lunghissimo, oleoso ancora. Liquirizia ripiena e dolcezze vanigliate.
Ben fatto, preciso, un’ode alla botte vergine e ai suoi sentori poderosi e senza compromessi. Più alcolico degli altri, però godurioso e pieno, soprattutto al palato. Un 86/100.

Ballindalloch 2014 single cask (2014/2025, OB, 61.3%)
Celebrative cask numero 106, un Oloroso sherry butt invecchiato 10 anni e 51 settimane. C: mogano. N: favoloso, un Oloroso old style comme-il-faut. Il che significa uvetta e fichi secchi, prugne e bancali di liquirizia. Tanta mora, polvere da sparo e cioccolato fondente. Insomma è uno sherry monster intenso, profondo, che si arricchisce con screziature umide di cantina, di té nero iper-infuso. Ricola ai frutti neri, per gradire. P: ricco come Creso, non si sa da dove iniziare perché le suggestioni arrivano tutte insieme, tutte abbastanza coerenti col naso: liquirizia, cioccolato extra fondente, pelle conciata, more, uvetta. Più sporchino del previsto, tra tamarindo e noci. Il legno c’è, ma non ha quel morso astringente che ci si aspetterebbe da un colore così carico. L’alcol è perfetto, col tempo si asciuga. F: lungo, avvolgente, di nuovo questa mora vagamente fumé si unisce alla frutta secca oleosa.
A noi questo bambino è piaciuto davvero tanto, considerando che è solo un 10 anni. Il barile era un capolavoro e il distillato lo sostiene benissimo. Non è il più complesso del mondo, ma mette in mostra un profilo di per sé ricchissimo e godurioso, ben più di alcuni invecchiamenti più considerevoli. 91/100 e sappiamo di essere nel giusto.
Sottofondo musicale consigliato: Dargen D’Amico – Dove si balla
