Lo abbiamo bevuto alla presentazione, abbiamo scritto le nostre belle note di degustazione e poi ci siamo dimenticati di pubblicarle. Bravi, non c’è che dire. In una scala di efficienza ci posizioniamo fra gli assenteisti degli uffici pubblici e i messicani con il sombrero delle pubblicità dell’EstaThè. Proviamo a recuperare. Questo è il quinto imbottigliamento della serie “A tale of” di Glenmorangie, creata dal geniaccio Bill Lumsden con un intendimento chiaro: fare whisky che sappiano di altro. Contento lui… Comunque, qui trovate le nostre rece dei precedenti, a nostro giudizio più o meno riusciti ma comunque sempre interessanti perché se l’obiettivo è dare sensazioni olfattive e palatali eterodosse, beh è sempre stato raggiunto.
Ad ogni modo, stavolta tocca al whisky che sa di gelato. Per ottenerlo non occorre metterlo in freezer, il lavoro è stato fatto in invecchiamento: dopo la maturazione in botti ex bourbon, è stato fatto un finish in botti di rovere vergini caratterizzate da un’alta concentrazione di vanillina. Vediamo com’è, il colore è oro antico, ci faccia un cono medio grazie.

N: il virgin oak, con tanta, poca o media vanillina, sa sempre di virgin oak. Le spezie – compresa ovviamente la vaniglia – si sentono distinte: noce moscata, cannella anche. C’è una grandissima freschezza che ben si sposa con la dolcezza. La freschezza è data anch’essa dal rovere vergine, ed è sui toni dell’eucalipto. La dolcezza è impattante e non esattamente raffinata: Speculoos, marmellata di arance sul pan brioché, cocco. C’è una bella crema frangipane alle mandorle, con caramello e Amaretti. Angostura anche, quel tocco agrumato e speziato insieme. Col tempo cresce un bel senso di burro caldo. Qualcuno dice pop corn cotti nel burro. Non è sbagliato. Profuma di gelato? Nì. Profuma di creme.
P: ecco, qui il gelato si allontana. La prima sensazione è una certa ruvidezza inattesa data dall’alcol, più contundente del previsto. Il fatto è che è giovane, e si sente. E la gioventù non si accompagna spesso alla finezza. Meno dolce rispetto al naso, si fa più legnosetto e di nuovo speziato: pepe, zenzero, ginepro quasi, forse zafferano. Il corpo invece è ancora cremoso e avvolgente: crema alla vaniglia, pasta di mandorle, cioccolato bianco al cocco, toffee. Un’idea: le pardulas, quei dolci sardi buonissimi con ricotta e zafferano. Frutta poca, quasi nulla, giusto dell’arancia in scorza. Cialda di pasticceria. Pizzica un po’ e a dire il vero vira anche un po’ all’amaro, all’astringenza. Il virgin oak, ancora…
F: albedo di arancia, té zuccherato, noccioli di ciliegia e zenzero. E alcol. Col tempo mango e papaya, un’idea di tropicalità lontana.
Non sapremmo dire come si potesse ottenere un whisky più “gelatoso”, ma siamo abbastanza sicuri che questo Glenmo ricordi il gelato quanto gli audaci pile che indossa Jacopo ricordano l’eleganza. Fuor di scherzo, senz’altro la gamma delle note di degustazione è quella della pasticceria/gelateria e senz’altro la cremosità (la parte più convincente del whisky) è evidente, però c’è tutta una serie di però: l’alcol troppo spigoloso, la gioventù eccessiva, quella parte di legno e astringenza che compare nel palato e che nei gelati – a meno che come gusti non si ordinino pistacchio & mogano – non si trovano. Insomma, ce lo aspettavamo una coccola golosa, ci è capitato giusto un abbraccino di circostanza. Non è cattivo, ma 82/100.
Sottofondo musicale consigliato: Pupo – Gelato al cioccolato (non potevamo evitarlo…)
