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Ardbeg Kildalton (2014, OB, 46%)

Diciamocelo, Islay non è esattamente la culla dell’arte rinascimentale. Come dire, in un confronto con Firenze e Venezia sul patrimonio artistico, probabilmente perderebbe. Il fatto è che probabilmente perderebbe anche contro Gabicce Mare, ma insomma, nessuno di noi è mai andato ad Islay per godere dell’architettura locale delle Ebridi, giusto? Allo stesso modo, chiunque sia stato così fortunato da perdersi fra le distillerie della costa meridionale dell’isola si sarà imbattuto nella Kildalton Cross, una croce celtica scolpita in un unico monolite nell’VIII secolo avanti Cristo, vanto degli isolani. Di per sé, la croce è davvero suggestiva, anche perché fu eretta accanto a una piccola chiesa ormai deliziosamente ridotta a rudere. Ma la Kildalton Cross è stata anche utilizzata per dar vita a una delle infinite limited releases di Ardbeg, nella fattispecie per l’Ardbeg Day del 2014. L’imbottigliamento che porta il suo nome utilizza barili first fill e refill, sia ex bourbon sia ex sherry. Il colore è oro, vediamo naso e palato.

N: si apre con una nota molto precisa, che il nostro cervelletto gastronomico/sensoriale identifica con il carpaccio di pesce spada affumicato. Carpacci in generale, forse, anche capesante, reti da pesca stese ad asciugare. Il che significa che la dimensione isolana è protagonista e la cosa ci piace. C’è una presenza di old bottle effect, di carta oleata che diventa anche Barbour cerato. Le botti ex bourbon portano una gran quantità di sentori di crema cotta alla vaniglia, di zucchero a velo e limone. Guizzano schizzi di lime, salamoia e ostriche. Anche qualcosa più verde, come di betulle. Fumo di sauna. Lo sherry non lo sentiamo particolarmente, invece. Pulito comunque.

P: beh, molto più torbato di quanto ci aspettassimo, e forse anche più torbato degli Ardbeg attuali. C’è ancora una potente anima marittima, tra iodio, pesce crudo e sale. Conchiglie, anche, a sottolineare la mineralità. Accanto, però, stavolta si spalanca una torba catramata e soprattutto cenerosa, tipo un portacenere dimenticato sull’asfalto. Che straordinaria immagine per la pubblicità progresso a favore del fumo! Ecco, la dolcezza è un po’ basica, non banale e smarmellata, ma nemmeno troppo complessa: vaniglia, limonata zuccherata, liquirizia industriale. Ecco, c’è un guizzo di pigne e pino bruciacchiato che aggiunge un quid. Il corpo è quello di Ardbeg, che sa essere oleoso quando serve.

F: media lunghezza, affumicato, torna dolce: sgombro affumicato, olio d’oliva e bergamotto.

Il nostro unico vate Sergione non lo ha esattamente apprezzato, trovandolo un po’ troppo esilino in bocca. Condividiamo ma solo in parte. Non c’è dubbio che il palato (soprattutto il secondo palato) sia la debolezza di questo whisky. Che però secondo noi è una bella bevuta, perché sarà pure composto a tavolino, ma ha due pregi non da poco: il rispetto sacro del dna isolano di Ardbeg e una torba senza compromessi soprattutto al palato. Che poi sia pure abbastanza equilibrato, ci fa essere più generosi. Senza esagerare, però, perché comunque la parte di botti sherry non si sente granché e perché davvero la dolcezza al palato è piuttosto elementare. Tirando le somme, diremmo un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Darkthrone – Leave no crosses unturned

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