Oops, lo hanno rifatto. Torna il Caol Ila non torbato all’interno delle Special Releases, da cui mancava dal 2018. Noi avevamo goduto molto assaggiando quello del 2017, quindi siamo curiosi di riprovarlo. Ma prima, qualche dettaglio di produzione e invecchiamento. Malto non torbato, fermentazione breve di 55 ore e alambicchi riempiti solo per due terzi. Maturazione in botti refill, botti rigenerate e botti ex vino, sia rovere americano sia europeo. Ci abbiamo dato dentro con la sperimentazione, eh? Il colore è oro.

N: poffarbacco, la sperimentazione forse è ancor più radicale del previsto. Il primo naso è qualcosa di inedito, non crediamo di averlo mai sentito in un dram di Caol Ila: è acidulo, come la carambola e soprattutto le mele da sidro. Il distillato scalcia ancora, c’è una gioventù olfattiva da new make che ricorda la pasta di pane e certi Champagne in cui gli aromi di pane sono preponderanti. Pompelmo giallo, qualcosa di code di distillazione, oleosette: il burro degli Shortbread. Il vino è lieve, ma presente soprattutto per la parte acidina. Migliora dopo qualche minuto, quando compare un vago sentore di stamperia (metallo e inchiostro) e della mandorla. Mah, non molto ricco come “banchetto”, il nome scelto per ora ci sembra un po’ fuorviante…
P: stranissimo, ora con una parte di legno acerbo che entra subito a gamba tesa: nocciole crude, mandorle amare ancora. C’è di nuovo il malto del distillato, di nuovo il metallo-non-metallo vagamente minerale e un sale crescente. Castagne crude anche. La frutta secca non tostata è protagonista. Compaiono due lati supplementari: uno dolce, fatto di marzapane, Amaretti alle nocciole e marmellata di arancia, e uno più speziato, tra cannella e liquirizia. Idromele, anche, e un che di cioccolato. C’è ancora questo guizzo un po’ sporchino, tra il rame e lo zolfo. Non è esattamente sulfureo, ma un’idea di fiammifero c’è, con delle foglie secche anche.
F: bastoncino di liquirizia, un sacco di nocciole salate e frutta un po’ troppo matura, quasi andata.
Uno dei Caol Ila meno convincenti che abbiamo assaggiato, forse perché è quello in cui l’anima marina e delicatamente torbata della distilleria si sente meno. Intendiamoci, non è questione di “unpeated”, parecchi in passato erano comunque interessanti e piacevoli, minerali e deliziosi. Qui sono state fatte scelte produttive bizzarre, a cui si aggiunge anche l’uso di barili ex vino. Il risultato è abbastanza straniante, non squilibrato ma per nulla riconoscibile. Può darsi che fosse quello l’intento, ma francamente ne valeva la pena? 78/100.
Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – God’s gonna cut you down
