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back to roots: bunnahabhain 12 yo (2025, OB, 46.3%)

Inauguriamo oggi una nuova sottotrama nel romanzo epico di WhiskyFacile. Dopo gli “exit level”, i whisky per smettere di bere whisky, il “gioco delle coppie” in cui mettiamo a confronto due dram e le “piccole rece che voi umani…”, abbiamo deciso di tornare alle radici. Ovvero di recensire – o ri-recensire – gli imbottigliamenti ufficiali più venduti e rappresentativi delle varie distillerie. Le bottiglie che costituiscono le fondamenta della nostra comune passione, insomma. Quelle che ci hanno fatto innamorare dello Scotch, quelle che abbiamo sempre in casa. Quelle a cui siamo debitori.
Perché tutti vorrebbero bere solo Brora degli anni ’70 o Speysider a grado pieno invecchiati 30 anni, ma ogni tanto è giusto ricordarci che senza questi colossi dalle spalle larghe tutto l’empireo dei single cask e degli old&rare non starebbe in piedi.
Come primo mostro sacro, non potevamo non partire da Islay, dove abbiamo scelto il Bunna 12 anni, che ha svolto nella nostra ormai pluridecennale carriera di alcolisti-blogger un ruolo pivotale. Se fossimo texani, diremmo che è stato il Dirk Nowitzki della nostra squadra. E cioè un punto di riferimento generazionale, uno di quei whisky che da sempre e per sempre ci sono piaciuti e abbiamo istintivamente collocato nell’empireo dei malti base di altissima qualità.
Per questo, siccome una recensione manca dal 2016, abbiamo deciso di riberlo per vedere di nascosto l’effetto che fa, ovvero per capire se è ancora così buono come ce lo ricordavamo. Cambia il packaging, non il mix di barili (bourbon e sherry). Il colore è un bel cremisi chiaro.

N: la prima nota che ci colpisce è lo sherry. Ma non sentori di barile ex sherry, proprio sherry di quelli secchi, ossidati. Il tutto mescolato con una ruggente aria di mare, quindi ostriche e molluschi, salsedine e tempesta, traghetti e sale. Già questo mix sarebbe entusiasmante, ma si aggiunge anche una dimensione sporca e sotterranea: polvere, cantina, gusci di noce e arance ammuffite. Tabacco umido. In generale, è un naso grasso, metallico e profondo, dove la frutta rossa (ciliegie cotte, uvetta, fichi secchi) si intrecciano a cioccolato, olio e mare. Tanto, spesso, potente.

P: l’intensità e la pienezza si ripresentano in bocca, dove ancora lo sherry – con la sua acidità vinosa – si prende la prima scena. Cioccolato acido, amarena, tantissimo cuoio e un filo di fumo, che rasenta il metallo scaldato. Masticabile, oleoso e molto salato, ricorda il cioccolato con i fiocchi di sale, le arachidi. Caldarroste, arancia e essiccato. Col tempo emerge anche una interessante nota pastosa di birra rossa, quelle birre anni Novanta tipo la Adelscott o la Red Erik, in cui il malto sembra melassa. Un palato cangiante, labirintico e complesso che mette in prima fila lo sherry.

F: molto lungo, cioccolatosissimo e salato, con caramello alla ciliegia, arancia e noci.

Ammettiamo che lo ricordavamo meno soddisfacente e soprattutto meno profondo e complesso. Riguardando la recensione del 2016, ritroviamo ovviamente parecchie similitudini, ma in generale ci sembra più teso e sherroso, con uno sherry non convenzionale che si adatta perfettamente allo stile “dirty”. Alziamo nettamente il voto rispetto a quella recensione anche perché nel frattempo in questi dieci anni abbiamo assaggiato parecchi altri 12 anni ufficiali di altre distillerie e forse questo è il migliore sul mercato. 88/100 (che sì, lo sappiamo che è alto come voto, ma siamo in sollucchero).

Sottofondo musicale consigliato: Iggy Pop – Dirty deal

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