In Asia ci siamo trovati bene ieri con il Nikka Frontier, quindi rimaniamo da quelle parti, solo ci spostiamo dal Giappone nella patria del K-Pop e di Park Ji-Sung, indimenticata aletta del Manchester United: la Corea del Sud. Un generoso e benemerito collega di Zuc è rientrato da Seul con un simpatico pacchetto contenente un imbottigliamento della prima distilleria coreana di single malt, ovvero Ki One.
Fondata nel 2020 a Namyangju, guidata dal master distiller scozzese Andrew Shand, Ki One si pronuncia “key won” e significa “inizio e speranza”. E noi non possiamo sperare che il prodotto, non filtrato e non colorato, sia all’altezza della tecnica coreana. Nella fattispecie, nel bicchiere abbiamo “Star”, che è la versione per i duty free e a grado ridotto di “Unicorn”, il malto torbato di casa.
Prima di assaggiarlo, due parole sul processo produttivo, che si basa su una fermentazione lunga di 100-150 ore, su un taglio del cuore di distillazione (solo il 10-15%) e su una forte escursione termica che ha un forte impatto sulla maturazione.
Bien, abbiamo detto l’indispensabile, si beva. Il colore è paglierino.

N: chissà come si dice cedrata in coreano. Perché la prima inebriante snasata ci restituisce una frizzantezza fresca di agrume e un filo di fumo. Un fumo aromatico, che ricorda una candela ai fiori d’arancio più che un falò. Più della torba infatti (che c’è, ma non è mai invasiva), la protagonista dell’olfatto è la frutta. Una frutta succosa, che parte dall’albicocca e arriva a una croccante mela verde. Il tutto velato da miele d’acacia e zucchero, ovviamente a velo, essendo velato. Cresce la dimensione floreale, profumata. Bellissimo naso primaverile.
P: attacca dolce, con un sorprendente caramello salato e ancora albicocca, poi mostra qualche limite di corpo, con una parte centrale del palato un filo vuota. Di certo si percepisce una certa evoluzione, si fa amarognolo (nocciolo di ciliegia!) ed emerge il fumo, nella seconda parte del sorso. La transizione dolce-frutta-amarognolo-fumo è velocissima, nemmeno il tempo di focalizzarsi su una dimensione che subito si passa a quella successiva. L’alcol non è innocuo, qualche graffio lo piazza.
F: meno convincente, con ancora ciliegia, qualcosa di terroso (fungo) e una curiosa astringenza profumata. Anche un accenno di salamoia.
Senz’altro divertente, per nulla banale e anche piuttosto impossibile da definire. Un whisky cangiante, che alterna diversi “vestiti” in una sola bevuta. La parte che preferiamo di gran lunga è il naso, così vibrante e leggiadramente fruttato, mentre il finale è meno chiaro, le varie anime si confondono un po’. Resta una bella esperienza, per noi un 84/100. Bravo collega di Zuc, attendiamo altri assaggi dai quattro angoli del globo.
Sottofondo musicale consigliato: Ada – Faith
