Continuiamo l’elenco delle bottiglie aperte all’Enoteca Parlapà di Torino in una tranquilla domenica di delirio e whisky.

Strathclyde 32 yo (1989/2021, Cadenhead’s, 54.5%)
Single grain in refill sherry cask da 324 bottiglie, per la serie Authentic collection. C: rame rossastro. N: un filo acetico, con un mix curioso di caramello, zucchero filato e more. C’è questa acidità spiccata di succo di frutti rossi che si sposa bene a un legno lucidato antico, da mobilio vecchio. Un accenno di cuoio marchiato, quasi fumé. Legno di rosa. P: profilo severo e old style, si apre un filo magro e sciroppato (con perfino un accenno di rum vecchio) ma subito vira al secco. Sherroso, composto, tutto sul mogano lucidato e sull’arancia amara. Emerge nel secondo palato una bella nota di crema all’uovo col marsala. Mandorle, anche. E di nuovo un accenno floreale. F: legnoso senza eccedere, con una piccantezza da pepe nero e pompelmo rosa disidratato.
Un bel grain vecchio stile, in cui il legno ovviamente dà molto, ma senza asfaltare tutto. Ordinato, preciso, discreto, anche vibrante e affilato. Manca un po’ il muscolo del malto, tutto rimane più flebile, ma è una bella bevuta: 86/100.

Ben Nevis 10 yo cask strength Batch 1 (2008/2018, OB, 62.4%)
Il primo batch del Ben Nevis 10 a grado pieno, che abbiamo già recensito qui. Se possibile, ci sembra anche migliorato e dunque lo ri-recensiamo. C: rame. N: incredibile potenza brutta, sporca e cattiva. Uno sherry impeccabile, con stallatico e crine di cavallo, tartufo, cuoio trattato. La frutta, se c’è, è comunque imputridita. Senape al miele, arachidi, mangime per i pesci e caffè Borghetti: la merenda dei campioni. P: lega come un pugile infame ma è spettacolare, laido, sporco, unto, oleoso. Olio motore, olio della frutta secca, caramello salato, cacao puro e amarissimo come la vita. C’è del tabacco e il conseguente fumo (braciere di sigaro), ci sono arancia amara e chinotto senza zucchero e liquirizia pura. Alcol ineccepibile nonostante la gradazione traumatica, sembra vent’anni più vecchio. F: arancia amara un po’ sulfurea, legno aromatico, caffè di cicoria e fumino.
Che impressionante sberla di sapore, ci sentiamo di alzare il nostro voto a 90/100. Lo facciamo perché ci sembra più totale rispetto alla nostra precedente sensazione. Tanto, è tanto. Ma non è troppo, non svacca, è un mezzo miracolo.

Yoichi Sherry and Sweet (2017, OB, 55%)
Un NAS ufficiale in edizione limitata. C: mogano rossastro. N: aromatico e scherzoso, con uno sherry che gioca sulla caramella alla fragola, o sulle gelatine bosniache alle rose. Dolcissimo, eppure anche sporchino, con note di gomma (quelle rosse e blu che usavamo alle elementari) e zolfo. Un che di umami, liquirizia salata e salsa di soia caramellata. Se sherry e sweet doveva essere, lo è. Avrebbero dovuto anche aggiungere “sulphury” però. P: si apre fruttato, bruciacchiato, aranciato, liquiriziato e zuccherato. Qui lo zolfo per fortuna è sparito, emerge una salsa barbecue, con un twist piccantino di paprika e spezie varie. Mandarino e un filo di ossidato. F: lunghetto, piccante e fumo di pipa. Un’idea di wurstel addirittura.
Siamo un po’ scissi, nel senso che a Corrado è molto piaciuto, a Zuc meno, e insomma il primo lo trova tosto e autentico, il secondo un filo posticcio e scomposto al naso, comunque molto poco giapponese. Si va di media ponderata e il risultato è un 86/100.
