Chiudiamo il resoconto del clamoroso “Ring of Malts” a cui il nostro Corrado ha partecipato qualche tempo fa all’Enoteca Parlapà di Mauro Risso, a Torino. Dopo la prima parte e la seconda, ecco l’ultima.

Glenlossie 22 yo (1992/2015, Van Wees ‘The Ultimate’, 46%)
Barile #3447 a grado ridotto. C: oro carico. N: quanto ci piace la frutta sudata, tra il lercio, il tropicale e lo sciroppato. C’è tutta una teoria decadente di durian e banana, di papaya tendente al putrido. Un esotismo umami, che sconfina nel brodo di pollo e nel parmigiano. Difficile, intrigante, le mele e gli anacardi salati, il burro irrancidito, frutta e grassezza, zero legno. Marzapane anche, con miele, biscotti di malto e frutta secca tostata. P: pieno e molto oleoso, ben più godurioso di quel che potessimo aspettarci. Il malto di Glenlossie è sempre uno spettacolo, alla parte tropicale si aggiunge l’ananas, ma è soprattutto un senso di arancia inaspettata (la spremuta di Navel) a stupire. Anche piuttosto cremoso, tra il toffee e il bacio bianco. Spezie più evidenti, pepe bianco e noce moscata. Croccantini al sesamo. F: pieno, oleoso e soddisfacente, con spezie (zenzero) e un che di tabacco dolce mischiato all’ananas.
Partiamo dal voto, che è alto perché noi di Glenlossie siamo innamorati. 88/100. Sì, ci sembra di sentirvi mugugnare, ma dovete fidarvi: la masticabilità, l’oleosità, l’ampiezza di questo whisky vanno premiate. E poi, è tropicale. Dobbiamo aggiungere altro?

Highland 19 yo (2000/2020, The Whisky Fair, 55.6%)
Clynelish per il mercato tedesco, il barile 1442 ha dato 325 bottiglie. C: vino bianco. N: zolfo, funghi e piedi, la trimurti delle puzze. E poi pesce, scarpe umide. Il primo impatto è hard, sporchissimo, poco citrico. Iuta, lana bagnata e colla. La frutta è poca e mediamente putrescente, molto divisivo. Anche formaggio di fossa, o meglio formaggio che non si è conservato esattamente benissimo. Cera assente, mineralità assente. P: da un lato è se possibile ancor più marcio, nel senso di barile ammuffito, amarognolo ed erbaceo. Dall’altro ha un’acidità lancinante, è affilatissimo. Si fa strada del malto (il corpo è comunque sostanzioso), ma è un malto strano, striato di sensazioni viniliche, di grasso rancidino. Noccioli di amarena, qualche limone dimenticato nel cassetto del frigo. F: non lunghissimo, un filo più pulito, mandorla.
Più che un Clynelish sembra un Jura o un Ben Nevis, i re delle puzze, gli imperatori del dirty. Sappiamo che la nostra cara distilleria delle Highlands settentrionali sa partorire dei whisky veramente strani e pieni di affascinanti difetti, ma qui siamo davvero alle soglie del freak. Ha delle cose intriganti, ma oggettivamente un sacco di storture, non tutte piacevoli. 82/100.

Ben Nevis 26 yo (1990/2017, Signatory for 70th Velier anniversary, 60.5%)
Lo sherry butt #1507 Anniversary Exclusive ha dato 604 bottiglie. C: oro carico. N: oh, qui le puzzette sono più naturali, e quel tocco sporco – non così devastante come nel Clynelish – in fondo ci sta. Uno sporco sherroso, di fichi neri, liquirizia, uvetta e gomma ingrassata. Quel mix fra frutta secca, té infuso e pellame sudicio che si sposa con il legno e il tempo. C’è un’aria di metallo lubrificato e un sentore quasi profumato di monete appena lucidate. Prugne secche anche, pesche essiccate e cioccolato amaro. P: lo sherry qui esonda, mostra i muscoli, in un ingresso che da subito è super vinoso. Il che significa anche mediamente amaro e tannico. Poi c’è la marmellata scura, certo: di prugne, di visciole e soprattutto di fichi. E gianduia. Le noci emergono, il caffè e la liquirizia seguono. Questo mix di spezie e frutti rossi fa tanto enologia. Un goccio d’acqua attenua la parte amarognola e smussa certi spigoli. Sono forse olive nere quelle che sentiamo nel retronasale? F: bilanciato tra fichi, datteri, erbe aromatiche e quell’accenno vinoso.
Ben Nevis non è semplice, Ben Nevis in sherry è difficile, Ben Nevis in sherry invecchiato 26 anni è diabolico. Un whisky divisivo ma divertente, con suggestioni tanto differenti da sembrare un caos. E invece tutto trova un posto, le spalle del malto sono così ampie da sorreggere amarezza, dolcezza, spezia, sporcizia. Certo, deve piacere. A noi piace: 88/100.

Ledaig 18 yo (2006/2024, Chorlton, 56.3%)
Bourbon hogshead da 239 bottiglie. C: oro. N: partiamo da una suggestione di Corrado che ci ha colpiti al cuore: l’anguilla affumicata. Esattamente lei. C’è proprio questo inizio grasso, torbato e salmastro, a cui segue una teoria di verdure altrettanto affumicate: la melanzana arrosto, il porro, perfino il pomodoro. Subito umami, pelle di pesce e prosciutto di Praga. In questo menu olfattivo si fa spazio la dolcezza, che parte dalle mele cotte e arriva allo sciroppo d’agave. Un accenno erbaceo. Sa di barbecue vegetariano all’aria aperta. P: senz’altro più torbato rispetto al naso, ed anche più oleoso. Noci pecan e arachidi quasi bruciate, agrumi grigliati (limone e arancia) e le erbe aromatiche che si carbonizzano. Il carbone riempie il palato, ammorbidito da vaniglia e miele. Meno sapido rispetto al naso, ma comunque intrigante. Sigaretta alle spezie. F: lungo e ceneroso, con alghe, piante costiere e un tocco di salamoia.
Incredibile come il barile abbia fatto evolvere i sapori senza coprire il dna della distilleria. Un clamoroso dram costiero, pescioso, eppure godibile e per nulla difficile. Proprio questo miracolo di complessità e piacere va premiato: 89/100.
