Proseguiamo la nostra scorribanda recensoria con le chicche che Corrado e altri fortunati hanno assaggiato all’Enoteca Parlapà di Torino, regno di Mauro Risso, all’ultimo “Ring of Malts”. Qui – per chi se la fosse persa – la prima parte.

Glen Grant 9.257 “Perfumed tropicality” (2003/2021, SMWS, 55.3%)
Single cask di 18 anni, 208 bottiglie. C: oro bianco. N: blindato come una cassaforte, ha bisogno di parecchio tempo per esprimersi. Inizia con un filo di torrone e confetti, zucchero e miele insomma, con il miele che cresce pian piano. Il colore chiarissimo e il sentore ancora di distillato ci dicono che il barile era poco attivo. L’alcol si sente un po’, tra cedro e fiori d’arancia. Con il tempo emerge un lato fruttato di albicocca, con del vago malto e un accenno come di erbe essiccate, che si fa più fruttato con la diluizione (mela, mirabella, melone). P: è ancora la materia prima, il distillato, a emergere. La sensazione è strana, si avverte una dolcezza di miele e baklava, ma si capisce che non è giovane. Che il legno ha lavorato nell’ombra. Col tempo emergono tamarindo, spezie varie (curcuma, semi di cumino glassati) e una certa pulizia dettata dal tempo. Si asciuga, vira al cocco tostato e al sandalo. F: marzapane e canditi di cedro, macis essiccato e un accenno amaricante di pane alle noci tostato.
Un distillato ben fatto che paga dazio a una maturazione non esaltante. Il barile refill regala poco, ma soprattutto la gradazione lo rende davvero poco avvincente soprattutto al naso. Serve una diluizione per capirci qualcosa e iniziare a goderne appieno. Il fatto è che c’è pochino attorno al nucleo dello spirito: poca frutta, poco legno, poca crema. La pulizia è sufficiente a entusiasmare? Ni. 84/100.

Balvenie 21 yo (bottled 1997, OB, 40%)
Vecchio packaging, dal core range. C: ambra rossastra. N: tutta la frutta che mancava prima, l’hanno scaricata qui, come all’Ortomercato. Ci sono pesche, clementine, fragole, albicocche, cataste di lamponi. Ancora fresco e lussureggiante, come un succo concentrato di frutta. Ovviamente c’è altro, ovvero toffee, cioccolato al latte e una parte meno “facile” di foglie e frutta a guscio, tra noci e castagnaccio. P: eh, la gradazione minima non fa sconti, l’ingresso risulta acquosetto purtroppo. Poi però tutta la frutta del naso si rifà viva e il sorso si fa più soddisfacente e cremoso. Le stesse suggestioni dell’olfatto si arricchiscono di un tannino leggero e di una certa astringenza speziata che arriva ai chiodi di garofano e al pepe nero. La frutta è meno intensa, la dolcezza è da banana split. F: non clamoroso, ma tra cioccolato e spezie emergono delle suggestioni erbacee tra genziana e rabarbaro, con un tocco di anice.
Quasi trent’anni in bottiglia a grado minimo ucciderebbero parecchi whisky. Qui comunque rimane vivo, anche se dopo un naso da 90/100 il resto dell’esperienza è sensibilmente meno eccezionale. Nonostante questo, è una bevuta soddisfacente e interessante. Diamo un 86/100.

Secret Orkney 21 yo (1999/2021, Sansibar “The Clans label”, 54.7%)
Highland Park non dichiarato invecchiato in sherry, 676 bottiglie. C: vino bianco. N: esiste il death metal, esisterà anche il dirty metal. Sporco, sa di officina disordinata, ingranaggi e fuliggine. Una patina ossidata che fa riverberare delle erbe aromatiche, soprattutto coriandolo fresco e cardamomo. Non manca la parte marittima, più minerale che salmastra, più iodio che cozze. La frutta è più gialla (mela renetta, pera) che rossa, il barile ex sherry – ma lo avevamo intuito dal colore – è refill e poco attivo. Menta fresca e grafite a chiudere. P: molto pieno e saporito, inteso sia dal punto di vista del corpo del sorso, bello oleoso, sia dal punto di vista della parte umami e sapida. Qui lo sherry cask, seppur non succoso, in realtà ha lavorato nell’ombra, dando struttura e spessore con quel senso di cacao, foglie di sigaro e cuoio. Una bevuta molto larga, con un unico piccolo neo, ovvero un che di alcolico. F: media lunghezza, torba balsamica e il grande ritorno di un fumino aromatico, tra rosmarino e altre erbe.
Un’interpretazione dello sherry cask molto isolana e discreta, che punta sulla concretezza più che sui lustrini, a partire dal colore. Rispettoso del dna della distilleria e del genius loci, profondo, sporco il giusto. Non un capolavoro di complessità ma siamo nello spettro alto del godimento: 88/100.
