
Corrado, nostro uomo all’Avana eccezionalmente inviato non a Cuba ma a Morimondo, fuori Milano, è rientrato recentemente da una missione off secret ad alto tasso di pericolo. Sfidando l’epicureismo, infatti, ha partecipato a un pranzo alla Trattoria di Coronate, un pasto ad alto tasso di goduria spiritica. Abilmente guidati da Matteo Zampini e da Luca Bellia, il nostro eroe e gli altri gaudenti hanno assaggiato cose ottime, accompagnate da quegli snack light che tutti i degustatori consigliano: mondeghili e risotto con l’ossobuco. D’altronde, son capaci tutti di degustare con i crocchini all’acqua del Mulino Bianco, i veri immortali degustano col midollo e la gremolada. Mai mulà.

Glen Elgin 1971 (1971/1985, R.W. Duthie for Samaroli, 50%)
Imbottigliamento epico dell’etichetta costola di Cadenhead’s. Glen Elgin era la base malto del blended White Horse ai tempi. C: oro. N: bergamotto e confetti al limone, un naso etereo e dolce, bianco e giallo come la bandiera del Vaticano, oggidì sotto attacco da parte dei luterani della Magione Albina d’Oltreoceano. Il malto è evidente, con brioche e cereale. Mandorla e polvere, quel pizzico di Old bottle effect. Anche un che di oleoso, semi di lino e lemon curd. Si apre col tempo, facendo emergere una certa mineralità e un che di gianduia. P: l’oleosità si moltiplica: nocciole, ancora, ma anche olio d’oliva. Più fruttato, con pesche gialle, pere, pompelmo rosa. Vivace ed energico, reso ancor più interessante da un accenno minerale e quasi “sporchino”, come di metalli e officine lontane. Godibile. F: non lunghissimo, con ancora malto, buccia di limone di Sorrento, pepe bianco e un mix di minerali e zuccheri.
Non un prodigio di complessità, ma grande sostanza e piacevolezza e una curiosa, riuscitissima anima costiera “fuori zona”. Peccato il finalino castrato, avrebbe meritato di più. 88/100.

Glenlivet 20 yo (1965/1985, Intertrade, 56.9%)
Uno degli ultimi imbottigliamenti da orzo maltato internamente prima della chiusura del malting floor. C: bronzo chiaro. N: Zampini dice “petricore” ed è subito ovazione della curva. D’altronde come descrivere il senso di umidità, di sassi bagnati, di muri ammuffiti che fa tanto malting floor e vecchio dunnage? Si sente il cereale inzuppato, ma anche il biscotto al miele, con arance rosse un po’ ammuffite lasciate sulla stufa. Dalla stufa si leva anche una parte di fumo. La frutta? C’è: mirabelle, albicocche in confettura (in un croissant) e mandarino. Bella la nota di carta stampata, di inchiostro che ben si sposta con la terra bagnata. P: un’onda di calore calmo, oleoso e arancione, come le arance inzuppate nel cioccolato al latte. C’è questo mix denso di pesche sciroppate e mandarini, mele cotte e cuoio. C’è dello sherry ovviamente, l’influenza è netta. Il grado alcolico è integrato alla perfezione, ma una punta d’acqua fa emergere una mineralità quasi sapida che ci fa volare. F: lungo, profondo, di nuovo sapidino: tabacco Virginia, cacao e divinità assise in trono.
Diamo un 93/100 pieno per un whisky da bere tutto il giorno, tutti i giorni e tutta la vita. Le sue inclinazioni più umide e minerali sono i tratti che ci fanno innamorare. Un punto in più per il nostro insindacabile e legittimo piacere personale: è il nostro genere.

Dallas Dhu 17 yo (1970/1987, Sestante import, 58.3%)
Unica distilleria-museo ferma al 1983, progettata dal re delle pagode Charles Doig. Questo imbottigliamento è uno dei più falsificati di sempre. C: ottone. N: profuma di purezza, con malto, erba tagliata. Fresco come acqua di cetriolo, come cervo che esce di foresta, direbbe Boskov. Una dolcezza aromatica di miele d’acacia, zagara e sciroppo d’acero avvolge un che di mango e arance candite. Sorprendente. P: grandissima complessità e pulizia: la mineralità scrocchiarella della mela Granny smith si unisce a un filo di fumo, tipo bosco, sauna e Calvados: la tripletta dei campioni. Molto verde, citrico e aromatico, diremmo cedro e uva spina, con un accenno di magnesia e olio sintetico. F: verde e vagamente amaro, qualcuno dice che si scivola verso il saponoso. Fruitella verde. Esisteva?
Preso appena in tempo, per i capelli, prima che il tempo se lo portasse via. Forse il più sorprendente per la natura delle sensazioni, così fresche, erbacee e inaspettate. Un 91/100 senza discussioni.

Miltonduff 22 yo (1966/1988, Sestante import, 58.4%)
Distilleria al cuore del blended Ballantine’s, malto dichiaratamente invecchiato in sherry. C: ambra rossastra. N: sherry molto elegante, come una nobildonna che beve té nero al bergamotto sul suo sofà di seta. Mirtilli, erbe, sciroppo per la tosse… ed è subito caramella Ricola. Una parte cerosa/oleosa di paraffina è certamente presente, come le spezie del legno. Kiwi? Dimenticavamo altre note tipiche degli sherry old scool, ovvero cuoio appena marchiato, crema catalana e uvetta essiccata. Arance rosse, pure. P: cioccolato, more, fichi. Repeat. Té nero zuccherato della fiera degli alpini, che sa anche un po’ delle castagne degli alpini. E anche un po’ di alpini stessi. Miele di castagno in cui annega frutta esotica alla griglia, a partire dall’ananas e dal mango. Il tutto con una spolverata di pepe bianco. Strepitoso, è multiforme e sfaccettato, ogni secondo una sensazione diversa. F: arancia amara, cacao, pelli e tabacco. Che libidine.
Siamo di fronte a uno dei dram migliori che abbiamo assaggiato quest’anno, ma non solo. Uno sherry monster infinito, in cui l’equilibrio tra corpo, legno e frutta raggiunge vette non facilmente spiegabili. C’è un miracolo di bilanciamento e di espressività unico e soprattutto questa capacità di cambiare continuamente durante la bevuta, il segno eterno della grandezza. 94/100.

Longmorn 21 yo Intertrade import (1965/1986, Gordon MacPhail, 55.8%)
Anche qui maltavano ancora a pavimento. C: ambra scura. N: sugo e brodo, arrosto agli aromi. Sherry monster della categoria puzzona e umami, tra umeshu e asfalto, cioccolato extra-dark e vecchi libri ingialliti. Bacon affumicato, caramello incrostato e bruciato. Mandarini che veleggiano verso la putrescenza. Il tutto però stranamente molto elegante: magia. P: un enorme volume di sapore, che sfoggia in prima fila ciliegie sotto spirito, prugne secche, cuneesi al rum. Qualcuno dice che versarlo su un gelato alla crema sarebbe la morte sua e questa leziosità ci conferma l’altissimo gradiente di benessere della giornata. Caldarroste, fumo croccante, pane nero spalmato di marmellata ai frutti di bosco. E una parte erbacea quasi di genziana. Vecchia scuola, il che significa anche tabacco, cacao e cuoio. Old dirty bastard. F: lunghissimo, con legno possente e struttura, ma anche eccellente piacevolezza nonostante la gradazione.
Bestia incredibile, per nulla facile e forse non nelle nostre corde, ma ne riconosciamo la clamorosa potenza in termini di sapori e suggestioni. Ma – giusto per rimarcare che i voti cercano di essere obiettivi ma sono necessariamente anche personali – un punto in meno del Glenlivet: 92/100.
