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Starward Fortis (2020, OB, 50%)

I whisky australi sono ormai da anni una realtà solida e in continua crescita. Dalla Nuova Zelanda e dall’Australia, infatti, sono arrivate sui mercati espressioni notevoli, che hanno anche mietuto premi a destra e a manca (il Sullivan Cove French oak, dalla Tasmania, è stato votato miglior single malt al mondo ai World Whisky Awards 2019). Ciò nonostante, un po’ di pregiudizio ancora aleggia sui distillati dell’Oceania, e con un po’ di pregiudizio a noi era capitato di affrontare il nostro primo Starward, il Nova. Oggi che ne assaggiamo un altro, il Fortis invecchiato in barili di vino rosso della Barossa Valley, promettiamo di farlo sgombri da preconcetti.
Due parole su Starward, marchio nato nel 2007 grazie al paisà australo-italiano Davide Vitale: la distilleria, inaugurata nel 2016 nei Docks di Melbourne, è la più grande distilleria urbana al mondo e la sua capacità è di 50mila casse all’anno. L’idea di base è creare un whisky “autenticamente australiano”, con orzo coltivato nella Hunter Valley sopra a Sydney e sulle colline di Adelaide, nonché utilizzando barili di vini rossi locali. Inoltre, il clima particolare consente una maturazione accelerata che influisce sul carattere dello spirito. Tutto molto concettuale e pionieristico, infatti lo distribuisce Gargano. E noi lo beviamo.

N. devono esserci anche delle segherie molto speciali a Melbourne, perché si apre con una nota di legno un po’ sgraziata, quell’impiallacciatura con colle industriali per mobili low cost… Insomma, gli american oak casks usati sono parecchio ruvidi. Amarena e noccioli di amarena fanno da transizione verso la vinosità, che c’è e non si nasconde. Tanta botte, ma anche rabarbaro e prugne rosse. Col tempo migliora, si fa quasi balsamico (resina? genziana leggera?). Senza dubbio la parte più piacevole.

P. decisamente più godibile al palato rispetto all’attacco olfattivo traumatico. Qui ci accoglie un lampone succulento e spesso, tra la gelée e lo sciroppo della tosse. C’è anche del caco, a testimoniare una frutta materica, pastosa. Il legno non manca neppure in bocca, tannico ma senza eccessi. Liquirizia ripiena, se volete. Ma se non volete sappiate che si sente lo stesso eh. Un briciolo di sale. Si evolve molto rapidamente, dopo di che si blocca come chi gioca a un, due, tre, stella. Fichi neri nei secoli dei secoli.

F. vinoso, liquirizioso, fruttidiboscoso. Lamponi, more, un tocco medicinale. Un po’ vago.

Come Spinaceto per Nanni Moretti, “pensavamo peggio”. L’esperimento è piuttosto riuscito, il carattere originale c’è, alcuni lampi di piacevolezza pure. Certo ha dei limiti, come il primo naso troppo legnoso e un finale impreciso e poco convincente. Però suvvia, quei frutti rossi e quel lato balsamico ci sono piaciuti, e anche la gradazione funziona: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Fortis – Fragole infinite

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