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Glenglassaugh Torfa (2018, OB, 50%)

Oggi è il giorno dell’anno in cui ci rendiamo utili alla società, e lo facciamo schierandoci coraggiosamente contro il bullismo, questa piaga che colpisce certe distillerie minori, sventurate e crudelmente massacrate. La storia accidentata di Glenglassaugh è un susseguirsi di sfighe con la costante dell’essere fuori tempo: in epoca di boom, era chiusa; il tempo di riaprire, ed ecco una crisi.
Nell’ultimo millennio, il destino sembra aver smesso di accanirsi. Riaperta nel 2008, acquistata dalla Benriach Distillery company di Billy Walker nel 2013, oggi è di proprietà del colosso americano Brown-Forman (quello di Jack Daniel’s). A causa del lungo stop nella produzione, le bottiglie di GG in giro sono o assai vecchie, o piuttosto giovincelle. Tra queste, ci sono le edizioni “base”, sulle quali si accaniscono spesso i connoisseurs abituati a mangiare brioches pucciate nel Bowmore Bicentenary. Noi diciamo no a questo snobismo e abbracciamo il mitico Torfa (“torba” in norvegese, ma non chiedeteci perché il norvegese): lanciato nel 2014, è il terzo rilascio del nuovo corso della distilleria e il primo “riccamente torbato” a 20 ppm. Non ha età dichiarata ed è invecchiato in botti ex-bourbon. Coraggio, piccolo Torfa, non avere paura, siamo con te.

N: ci accolgono i fumi dello new make, la gioventù è evidente. Scatta poi un lato balsamico, come di bagnoschiuma Pino silvestre e soprattutto di pasta del dentista: che brutti ricordi, non lo vogliamo rimettere l’apparecchio! La torba è tra il chimico e il vegetale (qualcuno che ha capito cosa sia dice con sicumera: “creosoto”). Ad ogni modo, stranamente non è bruciato. La frutta è proprio al minimo, buccia di pera e limone, con un tocco di aceto di vino bianco. Di nuovo verde, con chewing gum alla clorofilla. La dolcezza è molto basica: zucchero liquido. Vaniglia, dove sei quando servi?

P: persiste sulla sua strada senza deviazioni. Zucchero, new make e torba sempre vegetale, solo un po’ più verso il carbone spento che non verso le piante rigogliose. Anche qui apprezziamo la relativa leggerezza della torba, che spesso nei giovani torbati assume toni di mostruosa violenza senza senso. Sul fondo, ancora quella nota di clorofilla ed eucalipto. Zucchero vanigliato e confetto.

F: una punta di sale (la distilleria è assai vicina al mare), cenere e ancora zucchero filato bruciatino. Non si capisce se amaro o dolce, ma questo è il bello…

Non uno di quei dram dai profili forti e smargiassi. Piuttosto un whisketto dove tutto sfuma in un mix di dolcezza indefinita e torba vegetale discreta. La sensazione è che tutto sia molto giovane, lo sviluppo è ancora in itinere sia sull’interazione con il barile, sia sull’evoluzione del distillato. Però ha il pregio raro di non voler sopperire alle inevitabili carenze di profondità con bordate di legno o di torba acre. Rimane un po’ nell’anonimato, ma mostra con onestà tutte le potenzialità del new make. Che fra parentesi alcuni intenditori (citofonare Giannone del MWF) dicono essere eccellente. 82/100, e se qualcuno ti picchia, Glenglassaugh, vieni a dircelo che gli facciamo passare la voglia di bullizzarti.

Sottofondo musicale consigliato: Supergrass – Alright

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