Qualche tempo fa uno di noi – non diremo chi, ma ha più barba che capelli – ha partecipato a una degustazione organizzata da Compagnia dei Caraibi su un rooftop vista Madonnina a Milano. Protagonista della serata è stato Togouchi, il brand di whisky del gruppo Chugoku Jozo. Togouchi non è una novità assoluta sul mercato italiano, ma lo è nella sua nuova veste. Da qualche tempo infatti viene prodotto nella distilleria Sakurao ed ha cambiato filosofia, diventando giapponese al 100%.
Premessa: fino all’aprile 2024, per poter scrivere in etichetta “Japanese whisky” era sufficiente che il distillato fosse assemblato sul suolo nipponico, il che ha consentito a parecchi blended di whiskey canadesi o scozzesi di arrivare sulle tavole mondiali in bottiglie corredate da ideogrammi ma non corredate da altrettanta trasparenza. Ad ogni modo, le cose sono cambiate, il disciplinare oggi è diverso e dunque anche Togouchi – un brand nato nel 2003 – è andato “100% Japanese”.
A Sakurao, distilleria aperta nel 2017 vicino ad Hiroshima, si è scelto di puntare sull’orzo, al 90% proveniente proprio dal Giappone. Quindi solo orzo, ma non single malt. Perché? Perché da un lato l’alambicco è ibrido (pot still e colonna, da cui il distillato esce a 85%) e dall’altro l’idea è utilizzare in maggioranza orzo non maltato. Soluzione invero originale.
Del vasto core range, oggi recensiamo il 15 anni, la fuoriserie della gamma. 20% di orzo maltato, botti ex bourbon first e second fill. Come gli altri Togouchi, invecchia in un tunnel ferroviario sotto il monte Osorokam. Il colore è oro.

N: la prima sensazione è il pandoro, la seconda la pappa reale, la terza il cereale. C’è una bella rotondità di vaniglia e burro, con frutta gialla (prugne, ma anche ananas e cedro), ma anche una freschezza piacevole che stempera la densa dolcezza del naso. Buona intensità, barili attivi. Crema all’uovo e col tempo anche melone bianco (parecchio) e banana un po’ indietro nella maturazione. Ancora questa aria fresca, con un crescente senso di fiori bianchi e fieno tagliato. Qualcosa del grain c’è e anche un piccolo accenno di caramelle gommose, l’unica noticina un filo artificiale in un naso tutto sommato molto da whisky vero.
P: ingresso morbido, dolce e delicato, sostenuto dopo qualche secondo dalle spezie. Miele, zenzero, glassa della colomba di pasqua con la piccantezza di certi rye. La frutta qui è dominata dall’albicocca (la marmellata delle brioche, ma anche secche). Siamo sul lato dolce della luna, con tonnellate di vaniglia, crema chantilly, cannoncini e muscovado. Il secondo palato è un filo più asciutto ma rimane sempre questa dolcezza floreale, questa morbidezza generale.
F: piccantino, corto, con un accenno di mandorla cruda e succo di mela.
Un whisky divertente, da diporto lo definiremmo. Non ha la profondità e la complessità dei single malt (eh, amigos, l’orzo maltato è differente…), ma è molto beverino e quasi pericoloso nel suo essere senza pensieri. La maturazione dà una bella serie di note di cereali e vaniglia, rimane un filo troppo dolce per i nostri gusti ma nel complesso lo riberremmo volentieri. Tradotto in voto è difficile, perché per la goduriosità sarebbe da 87, per la non clamorosa profondità da 83. Diciamo un sempre doroteo 85/100.
Sottofondo musicale consigliato: Takuya Nakamura – Sun
