Non è la prima volta che assaggiamo il 19 anni continuativo di Ardbeg, una small batch release introdotta nel 2019 e giunta oggi alla sua settima edizione. In questa serata, ad esempio, ne avevamo bevuti un paio tra loro abbastanza diversi, a testimonianza del fatto che la differenza tra le annate è netta. Ragion per cui ha senso recensire ogni singola uscita. Oggi affrontiamo quella del 2024, come sempre maturata in un mix di american oak ed ex Oloroso sherry. Curiosità: il nome significa “Spiaggia bianca dei monaci” e si riferisce a un fazzoletto di sabbia candida sull’isola di Iona. Il colore è oro antico.

N: gli Ardbeg vecchi sanno essere assai setosi e gentili. C’è una bella oleosità grassa, tra prosciutto Patanegra e cozze affumicate, che viene avvolta da sbuffi di fumo di torba molto delicati. L’ananas grigliato prende il sopravvento, ma con screziature quasi profumate di patchouli e ylang ylang, addirittura muschio bianco. Una dimensione fresca e vegetale accompagna il tocco più compiutamente isolano, in cui olii essenziali di mandarino si incontrano con nocciole salate e spezie: cardamomo (parecchio), zenzero, semi di finocchio. Col tempo emerge una parte di radici bruciacchiate, di fieno incendiato. Ancora i fiori bianchi, le ostriche… Lieve ed elegante. Col tempo emerge un che di aceto balsamico, intrigante.
P: salato e oleoso, un mix ideale come condimento. Ovviamente si scherza, anche se un’insalata condita con l’Ardbeg 19 anni sarebbe meglio di tante altre. Comunque l’ingresso è subito saporito e avvolgente: di nuovo frutta secca, anacardi sotto sale ecco. C’è del miele di eucalipto, ancora del pesce affumicato dolce (lo spada?), una teoria di frutte gialle mature in confettura, dall’ananas alla mela cotogna. La vaniglia si unisce alla sapidità, emerge una dimensione amarognola che ricorda la mandorla e anche le erbe di montagna. Retrogusto piccantino, torba verde e buccia di lime.
F: più lungo del previsto, amarognolo, con cenere e di nuovo cardamomo e zenzero e erbe alpine.
Più simile al batch #4 rispetto al #3, il che significa ben equilibrato e con una freschezza balsamica che va oltre il mouthfeel così piacevolmente grasso e torbato. Stiamo sul voto e diamo un 88/100, in cui tra i pro mettiamo il kick sapido al palato e come unico mini-contro mettiamo quell’attimo di amarezza fra retrogusto e finale che ci sta, ma anche no. Detto questo, un gran bel whisky, potente e intenso nonostante la riduzione di grado.
Sottofondo musicale consigliato: Kula Shaker – Govinda
