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una casetta (del whisky) in canadà: 5 macaloney’s da provare

Nonostante nel 2015 Jim Murray abbia premiato un canadese come migliore al mondo (il Crown Royal Northern Harvest rye), nel Paese degli alci e delle Giubbe rosse non è semplicissimo trovare whiskey di qualità. Potete trovare qui, in inglese, un bellissimo articolo che ripercorre la storia del whiskey canadese, demolendo alcuni falsi miti (per esempio: il whiskey non fu introdotto dai primi coloni ma da produttori europei e americani in cerca di nuovi mercati, e non fu la segale la materia prima d’elezione, bensì il frumento). Ad ogni modo, oggi le 8 maggiori distillerie producono una quota di whiskey canadese vicina al 99%, però negli ultimi anni, così come accade nei vicini Stati Uniti, parecchie piccole distillerie stanno aprendo i battenti. Molte di queste, per cavalcare l’onda del single malt partita da Scozia e Giappone, si concentrano sul distillato di orzo maltato. Ed è così che arriviamo alla Macaloney’s Island distillery.

Siamo sull’isola di Vancouver, all’estremità sud-orientale che guarda al lato americano della baia, di fronte a Seattle in sostanza. Qui, nel 2016, Graeme Macaloney – scozzese innamorato del single malt – dedide di aprire un birrificio con distilleria. Sceglie Mike Nicholson, distillatore esperto di Diageo, e chiede l’aiuto del mitico consulente Jim Swan, poi convince 270 investitori a contribuire con 2,4 milioni di dollari. Il più è fatto, non resta che distillare. Gli alambicchi pot still sono scozzesi, di Forsyth, e creano uno spirito particolarmente morbido e fruttato; le botti sono sia europee sia americane; l’orzo è canadese e l’acqua è ovviamente dell’isola di Vancouver; non viene colorato né filtrato a freddo. Insomma, gli ingredienti per un distillato di qualità ci sono, e nel 2023 arriva un altro premio: il Kildara è dichiarato miglior Pot Still whisky del mondo.

Bene, spiegone sintetico fatto, grazie a Fabio Ermoli che li ha scovati, ora è tempo di assaggiarne e recensirne cinque. Con una curiosità: il fatto che la distilleria si chiamasse Macaloney’s Caledonian ha fatto sì che la Scotch Whisky Association nel 2021 facesse causa al signor Graeme, accusato di vendere un whisky che “suona troppo scozzese”. Tutto è finito bene, dal nome della distilleria e dall’etichetta è sparita la dicitura “Caledonian” e amici come prima.

Macaloney’s Kildara (2024, OB, 46%)
Invecchiato in botti ex Kentucky bourbon, Oloroso, PX e virgin american oak caks. C: mogano chiaro. N: molta frutta e molta botte, quella del bourbon ovviamente, con il suo portato di papaya, cocco, vaniglia. Il legno è fresco, ma non feroce. Il virgin oak regala eucalipto e una dimensione verde che ben si connette con uvetta, tabacco, pesca caramellata e cannella. Bello, rotondo, sticky, potente. Non un capolavoro di complessità, ma va bene così. P: attacca dolce, in una teoria di caramello, sciroppo d’acero e marmellata. Poi il legno ingrana la marcia e ciaone: spezie, piccantezza, con un accenno amaro. La parte dolce – ci ripetiamo – è sciroppata, con un che di cioccolato al latte e ciliegie candite. Oleoso, il corpo: noci pecan e toffee. F: non lunghissimo e un po’ ruvidino, nel senso che rimangono le spezie del legno, ma l’alcol si stempera benissimo e tutto sembra un paradiso di caramello fuso colante.
Buono, molto diretto, con un impatto importante della botte ma un palato rotondo che dà soddisfazione. Se non fosse per il finalino un po’ così sarebbe ancora meglio, ci fermiamo a 86/100. E diciamo subito una cosa: i whisky che si bevono e si ribevono e alla fine della serata è finita la bottiglia vanno giudicati con meno spocchia e più riconoscenza.

Macaloney’s An Loy (2024, OB, 46%)
Invecchiato in botti ex Kentucky bourbon, Oloroso, PX e vino rosso portoghese. C: mogano chiaro. N: cascate del Niagara di frutta, con particolare menzione per pesche in macedonia e fragole. La frutta è totale e succosa, ci sono anche dolcezze varie di clementino, zucchero di canna. Ovviamente il legno c’è, con la sua dose di spezie, ma è letteralmente piallato da questa bomba fruttivendola, che si mescola col malto (biscotti alle uvette) e alla cannella. Caramello e una nota tostata profumata, che ricorda il fumo del narghilè. Qualcosa di vinoso e liquoroso: ci viene in mente lo Sciacchetrà delle Cinque Terre. P: sostanza, oltre la forma. Meno zuccherino e sciroppato del previsto, qui la forza dei barili con la loro astringenza si fa sentire più nettamente. Si apre con un guizzo di caramello salato, poi vira subito appunto sull’asciutto, mandorle amare, quei pani di segale secchi scandinavi, con semi di finocchio. La dolcezza è proprio appena accennata, sui toni del caramello e dell’uvetta del panettone. F: asciutto, speziato, legnoso e vinoso.
Piuttosto bifronte, con un naso molto fruttato seguito da un palato e soprattutto da un finale molto più severo, piccante e asciutto. Abbiamo provato a diluirlo e non lo rifaremmo. Voto che è una media fra il naso lussureggiante e il palato penitente: 85/100.

Macaloney’s Cath-nah-aven (2024, OB, 46%)
Invecchiato in botti ex Oloroso e Pedro Ximenez. C: mogano. N: fra naso divino e naso di vino cambia solo uno spazio, ma non è il caso di sottovalutarlo. Qui si apre decisamente vinoso e umido: fichi secchi, uva sultanina macerata in rum, ma anche marmellate di fichi e fragole. Siamo sui toni di uno sherry acidino, senza tabacchi e pellame, che non dice molto e quel che dice è un po’ urlato. P: intenso, anche qui con poche concessioni alle dolcezze esagerate. Ci sono caramello (la crostata alle noci pecan, magari una di quelle che sono rimaste troppo in forno e sono bruciate), le amarene, del cioccolato al latte. Ma il legno tiene molto botta e anzi dopo il primo attacco esce vincitore. Frutta secca con la buccia amarognola, castagne crude, un accenno di angelica e pepe nero. E qualcosa di metallico, tipo rame scaldato. F: non dissimile dal finale dell’An Loy, quindi ancora spezie piccanti, legno e vinosità. Qui però si finisce sul caramellato: caramelle Rossana e glassa di aceto balsamico. Ancora piccante per svariati minuti.
Anche in questo caso fra olfatto e palato non c’è perfetta coincidenza, ma non è un problema. Il problema al massimo sono le note un po’ troppo vinose al naso e il finale pungente e ancora un filo troppo amaro. It’s 82/100 folks.

Macaloney’s Siol Dugall (2024, OB, 46%)
Torbato e invecchiato in botti ex Kentucky bourbon, virgin american oak e STR ex vino rosso portoghese. C: ambrato. N: dire che il primo naso sa di ciabatte può essere un po’ fuorviante, ma la diciamo meglio. C’è una nota di cuoio umido che si asciuga davanti al camino, una profumo di autunno, foglie bagnate, castagne sul fuoco. Quelle cose lì, che se sei in ciabatte in salotto te le godi meglio, via. Si avverte la giovinezza, che si manifesta con pompelmo, kiwi e qualcosa di cioccolato bianco. Poi ci sono vaniglia (budino e creme caramel) e un che di incenso, quasi floreale. Pera madernassa, resina, pigne nel falò. Rauchbeer. P: più “regolare” del previsto, stupisce per la rotondità di ingresso, ancora su creme caramel. Corn flakes con miele e cenere di sigaretta, la colazione ideale della Marlboro. Ma con qualcosa di amarognolo. Fatta salva la giovinezza, che comunque è un tratto comune di tutti questi Macaloney’s, è una bella unione di pepe bianco, bitter lemonade e miele di acacia, magari con della composta di mele. F: medio, vaniglia, zenzero, un filo di fumo balsamico.
Ha un suo perché, e la parte torbata contribuisce a dare un’extra complessità. Forse la giovinezza e quel senso un po’ sgarbato di spigoli si percepisce più che negli altri whisky. Ad ogni modo, è un whisky da bere, non da pensare. E alla fine un bell’85/100 se lo porta a casa.

Macaloney’s St. Mallie single cask series 17 yo (2005/2023, OB, 46%)
Invecchiato nella barrique ricarbonizzata ex vino rosso portoghese #247. Sono 301 le bottiglie. C: rame carico. N: profumatissimo, floreale e gentile. La prima sensazione è la grappa di rose, che messa così pare una cosa cheap, ma in realtà l’effetto è intrigante. Lamponi, ribes, succo di melograno, arancia rossa. Rispetto agli altri, sembra che il legno stia un passo indietro. C’è qualcosa di umami, diremmo patè di olive o tapenade. Da dove arrivi, nessuno lo sa. Albicocche secche, mirtilli rossi essiccati. Equilibrio fra parte acida, dolce e speziata (pepe rosa). P: qui invece il palato ricalca perfettamente il naso, e anche qui si apre aromatico: dolcetti al melograno, caramella mou, praline al cioccolato al latte e frutti rossi. Tanto pepe (il legno…) ma in termini di astringenza ci fermiamo molto prima dei due precedenti. Oleosetto, con qualcosa di arachide, l’effetto è più avvolgente e meno “first reaction: shock”. Il secondo palato fa scatenare le spezie, il té nero, lo zenzero del ginger ale. F: ancora zenzero, marmellata di more sul pane. Il finale più lungo e anche meno pungente fra tutti. Ma anche quello in cui il tannino ha una coda più duratura.
Poco da fare, il tempo ha ancora un suo peso sulla bevuta del whisky. Non sempre, ma in questo caso sì. Coerente, molto aromatico, non nasconde l’influenza del barile (anche perchè come si fa a nascondere per 17 anni una barrique ex vino rosso?) ma neppure si riduce a uno shrapnel di legno. Ben fatto, a noi è molto piaciuto, e di solito gli ex vino non ci fanno impazzire: 87/100.

Queste le fredde (no dai, fredde no, siamo sempre passionali come degli Antonio Banderas alcolizzati, ammettetelo!) note. Ma lasciateci dire due cose in generale. Siamo molto colpiti dalla “consistency” della distilleria: un approccio moderno al single malt dall’altra parte del mondo che ci piace, con attenzione al malto – il cereale è comunque in primo piano – e un uso dei barili intelligente. Ovviamente stiamo parlando di distillati giovani in cui il legno è tanto attivo, ma est modus in rebus, dicevano i nativi americani della costa Pacifica (o erano i latini?). Bella sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Vagina Witchcraft – Alvvays. Sono di Winnipeg, ma sempre Canada è…

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