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la lunga notte dei kilkerran

Ci siamo presi una piccola pausa perché insomma, anche i fancazzisti scioperati come noi ogni tanto sono così fancazzisti da non riuscire a fare altro che cazzeggiare. E dunque per una settimana qualcuno ha organizzato il suo matrimonio, qualcuno è andato a prosciugare le scorte di distillato di agave in Messico e qualcun altro ha tirato la carretta, fatto sta che siamo indietro con le rece.
Ripartiamo di slancio con il resoconto di una serata epica, roba che Tarantino ci farebbe un film con Jacopo nei panni succinti di un vampiro con le fattezze di Salma Hayek. Un’immagine raccapricciante, ma anche con un suo torbido fascino, nevvero? Ad ogni modo, eravamo al Mulligan’s un lunedì sera a bere cinque Kilkerran, degustazione organizzata da Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival. Forza con la cronaca oggettiva di quel che si è bevuto, all’urlo di: la vita è una guerran, c’è chi perde e chi…lkerran.

Kilkerran 12 yo (2024, OB, 46%)
La distilleria Glengyle produce 90mila litri di alcol l’anno, buona parte finisce in questo imbottigliamento base del core range. Proporzione di barili: 70% ex bourbon, 30% ex sherry. C: ambrato chiaro. N: subito bombetta, ma diversa da come la ricordavamo. La parte sporca e caratteristica di Campbeltown, fatta di salamoia, acqua di mare e quel senso vagamente fumoso di mezcal, sal y limon, c’è. Ma la parte più evidente è quella ex sherry, che ci sembrava meno poderosa anni fa quando lo assaggiammo. C’è una bella suggestione di cacao, di foglie di tabacco e di amaretto, anzi di mandorla in generale. Vivace, piacevolissimo, con un crescendo di guizzi floreali (té jasmine) e pesche essiccate. Un filo di fumo di candela. P: più secco, con un corpo riccamente oleoso e una sorprendente cremosità che spunta nel secondo palato. Il primo invece è dritto, con una sapidità tra le olive nere e la frutta secca salata che si incastra sulle note sherrose di cacao amaro, liquirizia e caffè tostato. C’è un che di fiammifero oltre alle albicocche e pesche secche. Dietro la polvere da sparo e la terra ecco quel tocco cremosino quasi tropicale. Siamo avvolti dal piacere. F: lungo, con un malto ben distinto che troneggia sui sentori più off di polvere da sparo e mineralità.
Questo si dà il caso sia l’entry level del core range. E in quanto entry level non può prendere meno di 90/100, data la complessità, l’equilibrio e la profondità della bevuta. Un malto sorprendente, che unisce alla perfezione una, nessuna e centomila idee di Campbeltown, riuscendo anche ad essere beverino. Ha del miracoloso.

Kilkerran 16 yo (2024, OB, 46%)
Poco fa abbiamo recensito un vecchio batch, con una piccola porzione di botti ex marsala. Oggi tocca alla release del 2024, in cui la proporzione di barili è: 70% bourbon, 20% sherry e 10% rum. C: oro. N: molto più aromatico e “gentile” del 12 anni, con fiori d’arancia, miele e acqua di mare, che si uniscono a meringhe al limone e sorbetto alla mela verde, per rimanere nel mondo dei dessert anni Ottanta. Fresco, primaverile, con olio essenziale di pompelmo. Fiori di tiglio anche, oleandri sul mare, qualcosa di verde che ricorda le betulle o le magnolie. Insomma, ci siamo capiti, è fresco, lo ridiciamo. Ma non leggero, perché una robusta dolcezza fatta di pandoro lo tiene ancorato al lato epicureo della vita. Il mare dilaga: tela cerata spruzzata dallo iodio. E un che di pagine di libro. P: pulito e diretto, con un agrume vivace bello in evidenza. Pompelmo e limonata, con tanto di fettina di zenzero e un che di noce moscata. Le “macro-aree” sensoriali sono le stesse del palato, ma si sviluppa con un equilibrio diverso: cresce la dolcezza del malto, con note di pane salato alle nocciole, di quelli croccanti cotti al forno a legna. Bacio bianco anche. Per quanto riguarda la frutta, si fa più gialla (ananas candito). E rimane anche quel senso vegetale e aromatico, che ci sembra quasi Hugo Spritz. Sale affumicato e grafite a chiudere. F: media lunghezza, più dolce, un pandoro minerale con zeste di pompelmo candite e cristalli di sale. Chiamatelo: pandoro di Maldon.
Più elegante e pulito del 12 anni, ma forse meno coinvolgente. Non riporteremo la metafora utilizzata da uno dei protagonisti della serata, che ha paragonato questo whisky ai preliminari, ma da vestiti. Però coglie nel segno: piacevole, intrigante, ma quasi trattenuto, come se la bestia di Campbeltown rimanesse docile alla catena. 88/100.

Kilkerran 15 yo “20th anniversary” single cask (2009/2024, OB for Beija Flor, 56.4%)
Questo barile, il terzo della storia ad essere imbottigliato come single cask, era un fresh bourbon barrel selezionato per il mercato italiano dall’importatore Beija Flor. Il distillato è torbato a 15 ppm. C: oro chiaro. N: si apre timido, quasi scostante, con fumo freddo e un senso di malinconica, sublime solitudine: sassi in riva al mare del Nord. Con il tempo, l’amore dell’appassionato viene premiato: si fa strada il distillato nella sua forma primigenia, con quel senso di frutta gialla e minerali che tanto ci fa sognare. Susine, ananas non troppo maturo, una crescente maracuja… Si materializza un succo tropicale con guizzi di magnesia e sale, spolverato di zucchero a velo. Con sempre questo fumino sul fondo. Meraviglia. P: la cosa che più colpisce fin da subito è la texture, quel senso di oleosità saporita che unisce i chicchi d’orzo salati e la liquirizia (salata anch’essa). C’è il burro degli shortbread, c’è un mix di torba e polvere da sparo mescolate alla vaniglia, e c’è ancora quell’ananas sugli scudi, con del pompelmo. Un tocco balsamico si libra nel palato verso il finale… F:…che è pieno, avvolgente, con burro salato, noci di macadamia e fumino verde, di eucalipto.
Non lo abbiamo detto, ma con due gocce d’acqua si spalanca un mondo di tropicale e biscotti al burro che rasenta il Bengodi. Affilato, incredibile nella sua capacità di rendere al meglio un dna complicato come quello del whisky di Campbeltown, arricchendolo di note tropicali che si sposano perfettamente con la sapidità. Per noi un 91/100.

Kilkerran 10 yo ‘From the cask’ (2013/2024, OB, 58.7%)
Una bottiglia che non esiste, o meglio un sample direttamente dal barile, di quelli che si possono prendere in distilleria. Barile ex sherry di primo riempimento. C: rame. N: mangiare boeri in un sottoscala. Un hobby come un altro, ma olfattivamente siamo lì: ci sono cacao amaro, amarena, ma anche umidità e legno bagnato. Sa di barrique, di cantine con tante botti stipate dentro, a invecchiare nell’aria stantia colma di umidità. Uvetta sultanina, cioccolato al latte, praline ai frutti rossi. Lo sherry è impattante, cioccolatoso. E con un che di panna. P: ecco, questa cremosità accennata al naso svanisce al primo palato, subito dominato da un’astringenza feroce. Il cioccolato c’è ancora (cioccolato di Modica, cacao amaro), così come ancora c’è il frutto rosso (Amarena Fabbri). Solo che il barile e la vinosità tannica sono protagonisti: foglie di noce, nocino salato, olive nere e un che di sughero. Una nota di papaya essiccata a chiudere. F: astringente e bruciatino, salato e liquoroso. Diluito si fa più amarognolo.
Un single cask da 85/100, spieghiamo perché. Lo sherry ci sembra molto muscolare e tende a bullizzare il distillato, anche un distillato che di solito sa difendersi come quello di Kilkerran. Eppure, questa astringenza non concede nulla, permea di legno, tannini e cioccolato ogni fase della bevuta e giusto qualche guizzo sapido sopravvive del dna originario. Non è cattivo, anzi. Ma non è il nostro Kilkerran.

Kilkerran Heavily Peated #batch 10 (2024, OB, 57.8%)
Il decimo batch del Kilkerran torbato a 80 ppm. Composizione dei barili: 90% ex bourbon, 10% ex sherry. C: oro. N: come spesso capita con gli “heavily peated” di qualunque distilleria, uno si aspetta di infilare la testa nel tubo di scappamento di un Iveco immatricolato negli anni ’80, invece tutto sommato non è così estremo… Certo, è la relatività dell’affumicatura, ma insomma qui siamo sui toni delle piante bruciate: ginepro in fiamme, ma soprattutto quel senso di mezcal che coniuga vegetali e dolcezze fumè. Ananas grigliato, anche! Kiwi golden, caramello e una buona dose di vaniglia. Ah, un’altra suggestione: fienile bruciato. P: l’alcol è semplicemente perfetto, si integra nella dolcezza alla perfezione. A dominare è questo senso di pasticceria che ricorda i cestini di pastafrolla, crema pasticcera e ananas, poi è il turno del malto biscotto, del miele, della prugna gialla. Zenzero, anche. La torba, che ovviamente è presente, è come se però fosse un ingombrante contorno. Difficile spiegare perché, ma quasi uno si dimentica della sua presenza. Muschio bianco e sale, che cresce con due gocce d’acqua. F: cenere, clorofilla, vaniglia. Migliora con la diluizione.
In controtendenza con la passione italiana per la torba, diciamo una cosa forte: Kilkerran è meglio quando non è così torbato. Non che sia un cattivo whisky, anzi è anche sorprendentemente equilibrato per il livello di ppm e la gradazione. Semplicemente, lo strato sensoriale di torba impedisce di godere appieno delle screziature del malto. Ci fermiamo a 86/100.

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