Il lunedì, fin dai tempi di Vasco Rossi, è disprezzato un po’ da tutti, si sa. I rigori fischiati contro la domenica sera ancora bruciano, il lavoro che ricomincia con quel suo carico di angoscia e malesseri variegati, la tentazione irresistibile di prendere a mazzate il prossimo come Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”… I lunedì sono malvagi, ti ricordano che l’esistenza è una pena e un accanimento. A meno che il destino non ci metta mano.
Il destino nella fattispecie ha le sembianze genovesi della Velier. Lo strumento del destino è una mail di invito: degustazione in pausa pranzo, e già il lunedì sembra meno odioso. Si beve whisky, ottimo. Si beve whisky di oltre trent’anni, ancor meglio. Si beve whisky di oltre trent’anni al ristorante The View, vista sui piccioni di piazza Duomo, chef Valerio Braschi, ex Masterchef.
Insomma, il destino non si poteva ignorare. E dunque eccoci a sfidare piccioni e blue monday in nome della ricerca spasmodica del benessere, inseguendo non virtute e conoscenza come l’Ulisse dantesco, bensì la curiosità primordiale di assaggiare ogni distillato. Nella fattispecie, i whisky di House of Hazelwood.
House of Hazelwood è il progetto lanciato nel 2023 dal gruppo William Grant, quello di Glenfiddich, Balvenie, Kininvie e gin Hendrick’s, per capirci. Ma al contrario degli altri brand del gruppo, qui entrano in gioco non solo la passione e il business, ma il cuore e le radici. Già perché la Casa del Nocciolo – questo significa House of Hazelwood – è la tenuta della famiglia Gordon a Craigellachie, di fatto il “nido” attorno al quale generazioni di distillatori hanno fatto la storia dello Scotch.
Sotto il nome House of Hazelwood, dunque, sono stati lanciati imbottigliamenti che provengono dalla riserva privata di Charles Grant Gordon, pronipote di William Grant alla guida del gruppo dal 1953, e di suo fratello Sandy. Una collezione inestimabile di barili custoditi in diverse warehouse in Scozia, raccolti per “uso personale” (si dice così no?) e ottenuti con scambi di liquidi. Non in quel senso, non pensate male: quando nel 1963 Charles Gordon decise di costruire la distilleria di grain whisky Girvan, in molti iniziarono a chiedere di comprarlo, dando in cambio botti di whisky di malto. E che malti…
Phil Keene, il direttore commerciale, fa da cicerone nella degustazione attraverso le chicche della “private stock collection” e spiega che questi imbottigliamenti – grain, blended o blended malt – sono tutti esperimenti: “Barili rari, tentativi pioneristici, invecchiamenti lunghissimi: il focus non è mai sulle distillerie, ma solo sull’eccezionalità del liquido”. E dunque, fra una tartare con ostrica e un agnello alla Rossini, è nostro dovere relazionarvi su ciò che abbiamo sorseggiato: tutti a grado pieno, tutti non colorati né filtrati.




House of Hazelwood ‘The cask trials’ single grain 53 yo (1968/2022, House of Hazelwood, 48.7%)
Si inizia umili, con un grain Girvan invecchiato più di mezzo secolo in un first fill Spanish Sherry butt a grado pieno. Il decanter fa parte della prima release della Charles Gordon Collection, ovvero l’elite dell’elite, da botti di almeno 40 anni. C: mogano. N: poderoso e profondo come la tana del Bianconiglio, un vortice di melassa e cola che avvolge foglie di tabacco, sigari al brandy e legno. Profuma di scarpe di cuoio con la suola in gomma, di funghi secchi. La frutta è elevata all’ennesima potenza, con pesche sciroppate, amarena e lampone. Cresce un delizioso profumo floreale. P: parte con la frutta rossa, poi arriva la dolcezza della melassa, del croccante. Rispetto al naso l’acidità è più presente e anche sorprendente. Ha delle note di pinot nero, di prugne umeboshi, di pompelmo rosa. Nocciolo di amarena, tabacco da presa e pepe nero. Speziato, vinoso, ricchissimo. F: medio lungo, con ovviamente legno, fragole e un agrumato che balla il tip tap sulle papille gustative.
Partenza clamorosa, un 91/100 senza colpo ferire. A oltre 50 anni, il legno c’è ma non fa lo sbruffone. E la cosa più incredibile è la vivacità della parte acida/fruttata, che si oppone alla dittatura del tempo. In Italia ce ne sono 6 disponibili, 4.200 euro il prezzo, 303 bottiglie in tutto.

House of Hazelwood ‘The spirit of Scotland’ blended 46 yo (1976/2022, House of Hazelwood, 43.6%)
Cambio di paradigma, qui siamo nel campo dei blended Scotch, e nella serie chiamata Legacy Collection, che si differenzia per l’etichetta di carta. Storia particolare quella di questo whisky: nel 1994, in occasione del 500esimo anniversario della prima traccia registrata della distillazione in Scozia, venne creato un blended di 18 anni chiamato Spirit of Scotland. Parte di quel liquido venne però lasciato in hogshead di rovere americano scariche per altri 28 anni. C: oro antico. N: una morbidezza inattesa ed elegante fa da apripista. Cera, lemon tarte, albicocche secche, ananas candito. Ma anche i macaron alla vaniglia e un fumo dolce, quasi di sandalo. In questa crema, punte di sorbetto al limone. P: di nuovo vellutatissimo e piacevole, con caramello e marmellata di albicocca che si adagiano sul palato. Quel filo di fumo resiste, ma la crema all’ananas si fa paradisiaca, tenuta a bada da nocciola e una vaga piccantezza di legno. Pepe bianco, di nuovo sbuffi di candela. Tutto giocato fra questo sciroppo tropicale e la sobrietà del legno. F: dolce, con pan di spagna alla marmellata e un tocco di astringenza.
Diciamo una cosa: pane, olio e vecchi blended potrebbe essere il cibo degli dei. Chiusa questa parentesi, passiamo al whisky, che è una carezza tenera, come la mano di una nonna che si posa sui capelli di un bimbo. C’è una delicatezza e una dolcezza familiare, confortevole. Un’intimità che è anche timida, non siamo nel mondo degli schiaffi e delle urla, più delle ninne-nanne. Bello, 89/100. Ce ne sono 528 bottiglie in tutto.

House of Hazelwood ‘Blended at birth’ blended 56 yo (1965/2022, House of Hazelwood, 47%)
Altra bella storia dietro questo whisky, un esperimento in cui whisky di malto e di grano furono blendati da new make, una pratica che dagli anni Duemila è espressamente vietata, dato che oggi per chiamarsi blended Scotch i liquidi devono essere miscelati dopo invecchiamenti separati. Dopo 56 anni in botte ex bourbon, in questo caso, sono rimaste 192 bottiglie (6 disponibili in Italia) alla ragguardevole gradazione di 47%. C: ambrato. N: qui vincono gli aromi scuri, castani, inebrianti. Si parte con il tabacco, il cioccolato, anche il cuoio. E poi si prende la via del succo di melograno e della mora, frutta nera succosa e dolce. Dopo qualche minuto si amplia il bouquet di sentori floreali (argan!) e quasi esotici, con mango e tamarindo, e una parte di eucalipto balsamico. Ci sono degli esteri qui e là che ricordano quasi il rum, ma un rum umido, fungoso, magico. P: si apre con il toffee, poi il barile si alza sui pedali e le note legnose partono come Pogacar. Frutta secca, mogano, una clamorosa pasta di mandorle che vira sull’amaretto di Sassello… Il tutto reso più variopinto dal bergamotto e da una crema tropicale tra mango e passion fruit. La parte speziata piccantina si fa apprezzare, ma rimane comunque un passo indietro, per fortuna. F: più secco, austero, con bucce di albicocca, amarene fresche e caffelatte. Non lunghissimo.
Elegante e perfettamente equilibrato, senza quegli eccessi che sarebbero più che ragionevoli dopo mezzo secolo in botte. Ecco, la botte: ha lavorato in maniera perfetta, l’alcol ha tenuto bene. E anche se teoricamente il rovere americano ex bourbon è meno generoso nella cessione dei sentori rispetto all’ex sherry, beh qui è successo un mezzo miracolo. Peccato il finale, che si esaurisce un filo troppo presto, altrimenti sarebbe stato epico: 91/100.

House of Hazelwood ‘The Tops’ blended malt 33 yo (1999/2022, House of Hazelwood, 51.6%)
Sempre prima release, sempre serie Legacy Collection. Stavolta però parliamo di un blended malt dello Speyside, invecchiato in first e refill Spanish ex sherry oak. 523 bottiglie prodotte, 12 disponibili in Italia. Aspettiamoci una sherry bomb. C: mogano rossastro. N: sherry bomb ci aspettavamo, sherry bomb abbiamo nel bicchiere. La parte vinosa è ampia, voluminosa al naso. Una coulis di mirtilli rossi invade le nostre pelosissime narici, insieme a del cioccolato fondente e dei lamponi cotti. Il legno è logicamente assai presente, e senza la dolcezza del grain a mitigarlo si fa prendere un po’ la mano: humidor di sigari, doghe di botti umide, chiodi di garofano… c’è tutto un panorama di sensazioni che ricordano la cantina di una drogheria. Porcini essiccati anche qui, e addirittura della carne essiccata. P: severo e secco, uno sherry da manuale che al palato prende la via del caffè in moka, dei boeri. Piccante, pieno, molto classico. Rimane quel senso di fumino, di torrefazione, ma sparisce la parte umami, qui stemperata in un sorso denso, di frutta cotta, pesche all’amaretto, cotognata non dolce. Crostata senza zucchero con marmellate rapprese, datteri ultra-secchi. Sherry, rien ne va plus. F: lungo, con liquirizia, legno e un che di mirto.
Lo sherry è potente, il che significa che un po’ appiattisce le nuances date dal tempo al distillato. Al contempo, il fatto che sia un blended malt garantisce un finale molto più lungo dei precedenti, rimane ben ancorato al palato e non smette di far godere. Però, però, però, diciamo che ci sorprende meno dei precedenti: 90/100.

House of Hazelwood ‘Sunshine on Speyside’ blended malt 39 yo (1983/2022, House of Hazelwood, 43.6%)
Un mix di due barili di whisky di malto dallo Speyside. Maturazione in botti di rovere americano, quindi ex bourbon. 398 le bottiglie. C: oro chiaro. N: il curioso ritorno del cereale, una nota che per tutta la degustazione non si era ovviamente sentita, coperta dalle sensazioni terziarie dei barili. Qui c’è l’orzo, seppur molto levigato e oleoso, un senso di stuoie e tappeti. Poi fermi tutti, prende in mano il timone l’ananas: grigliato, ma anche un po’ acerbo, con del lemongrass. Bananabread, mango, zenzero, camomilla al miele. Niente, questo cereale continua a dominare, sembra più giovane dei suoi 39 anni, ha un che di pompelmo giallo, sour. Dire che si sente il distillato è una bestemmia, ma si sente l’anima del distillato, quello sì. P: super avvolgente, suadente diremmo, se non fossimo troppo in visibilio per sentirci sensuali. Olio di lino e sciroppo d’ananas, che rendono ancor più morbide le note di pesca bianca. Strano, ha un che di panna e fragola e insieme di cioccolato al latte, miele, biscotti al miele. Arachidi in crescita, un filo di alcol. F: lungo, legno tostato, shortbread al burro e un curioso guizzo di sale e legno.
Siamo ancora nei territori del godimento, ma in territori che conosciamo un po’ di più. Nel senso che questo ritorno sulle scene di sua maestà l’orzo non può che trovarci in prima fila ad applaudire. Bello anche questo senso di olio e tropicalità, che fa tanto resort di lusso del distillato. 90/100 per quel guizzo alcolico che ci ha stupiti.

House of Hazelwood ‘The old confectioner’s’ blended malt 44 yo (1978/2023, House of Hazelwood, 46.3%)
Chiudiamo con un imbottigliamento della seconda Charles Gordon Collection, un blended malt invecchiato in first e refill european ex sherry oak. 256 bottiglie, delle quali 5 disponibili per l’Italia. C: ambra scura. N: il naso più esuberante del sestetto, con una meravigliosa papaya essiccata unita ad arancia rossa, fragole e fichi secchi. Ecco, questa arancia che gioca col cioccolato, che si nasconde dietro alle prugne secche, ci ricorda una distilleria che inizia per M e finisce per -allan. Vinoso, con uno sherry di frutto rosso e quei bon bon all’uva rossa. Liquirizia un filo acida (liquirizia rossa? liquirizia ripiena?). Tappeti. Non si sa se persiani, ma insomma quella roba lì. P: la sherry sweetness al suo zenit, nel senso si apre marmellatoso come solo certi vecchi vintages di M sanno essere. E non è il M di Scurati. Papaya e guava dragée nel cioccolato al latte, praline, datteri. Ma anche confettura di fichi, di prugne, dolcetti al mosto cotto. Abbiamo già nominato le prugne? Come non citarle. E ancora uvette, dio quante uvette, dio che peso specifico aromatico, è il nocciolo nucleare della sherry sweetness. E mentre diciamo così, ci contraddiciamo, notiamo che sta già cambiando, paga il dazio al gran visir del tempo, ovvero al legno: cresce una nota amarognola di chinotto, di cassia. La liquirizia ancora, e ancora l’agrume e il cacao, a diventare più severo e muscolare. F: lungo, nerboruto di corpo, potente come una daga medievale, eppure con un senso di prugne e uva che ricorda certi vecchi armagnac.
Voliamo sui 92/100, per noi vince la giornata. Ha un’evoluzione sorprendente, che fa il periplo delle potenziali gioie del palato, dalla dolcezza all’aromaticità fino alla severità più secca. Semplicemente la degna conclusione.
