Ancora ebbri della prosa del nostro fortunato collega che festeggia la nascita di Cristo con l’ambrosia di Springbank, proviamo a continuare il filone delle recensioni di cose per cui vale la pena se non vivere, almeno sopravvivere. Lo abbiamo assaggiato un po’ per caso al Whisky Festival, quando succede spesso che un amico passi al nostro banchetto con un bicchiere e un sorriso da vecchia volpe, ce lo sbatta sotto il naso e ci sfidi: “Toh, dimmi cos’è”. Ecco, nello specifico è stato l’ottimo Samuel a farci provare questo Glenburgie 35 anni, che era così buono che poi siamo pure tornati al banchetto di Angelshare Spirits (importatore per l’Italia di Whisky Agency) per prendere un sample – insieme ad altre chicchette che recensiremo presto. Insomma, facciamola breve, è un single cask selezionato per il 15esimo anniversario e ha dato 236 bottiglie. Il colore è oro, come le aureole degli angeli, come il regalo di uno dei magi, come la canzone di Mango.

N: a Natale siamo tutti più tropicali, e allora sesso, samba e ananas fino allo sfinimento. Ma anche mango (con la minuscola, non quello della canzone), durian, papaya. Un’epifania – eh, siamo in vena di festività – di frutta matura, esotica, con una potenza espressiva e una cremosità uniche, che fanno venir voglia di seguire la stella cometa fino allo Speyside. Ci fermiamo prima, ci fermiamo in una pasticceria, da cui emergono note voluttuose di pastafrolla, miele, crema pasticcera, pudding di riso e vaniglia. C’è una dolcezza levigata, in cui un burro tiepido rende tutto più bello, come i filtri per le influencer. Pere cotte, melone bianco e pesca bianca. Il malto è fuso con le note che solo certi barili beati dalla grazia del tempo possono dare. Ceroso e oleoso, mai un solo istante legnoso. Pergamene, vecchie biblioteche, qualcosa in fondo al naso a ricordare che un angolo di splendida sporcizia alberga anche nei cuori più puri. Sia gloria al tropicale.
P: basta una lacrima per far nascere un pensiero: ma perché invece della mirra, che nessuno ha mai capito cosa sia e tutti pensano sia un refuso per una Moretti da 66, non gli hanno portato un cesto di frutta al nostro piccolo infante palestinese? Fruttatissimo, a livelli apollinei. L’idea stessa di frutta, che racchiude suggestioni che vanno dai già citati mango e ananas fino alle pesche, al melone, alla maracuja. La tropicalità è totalizzante, abbraccia il palato come un succo e rimane lì. E di nuovo questo burro – burro tiepido dei croissant, ma anche burro di cacao – tutto unge e tutto eleva. Rispetto al naso, compare qualche nota più distinta dell’invecchiamento, come le spezie dolci, lo zenzero, un cocco tostato eccellente. Noce moscata. La freschezza sorprendente scema via via e cede il passo a un’astringenza sottile e non volgare, che ha il merito di farci implorare un altro sorso.
F: di nuovo cocco, frutta tropicale, mele rosse e un mix oleosissimo di frutta secca, tabacco da pipa fresco e spezie dolci.
A qualcuno piacciono gli stivali di vernice col tacco 18, a qualcuno piacciono le manette, a qualcuno piace l’Inter. Ognuno ha le sue perversioni, accettabili (il feticismo) o repellenti (l’Inter). Noi abbiamo il feticismo del tropicale, e questo whisky appaga ogni nostra fantasia in merito. Incredibile la tensione e l’espressività dopo un invecchiamento così lungo. Clamoroso il guizzo fruttato ancora acidino, ma il mouthfeel è se possibile ancor più godurioso. Un 93/100 che non arriva alle vette himalayane di complessità dello Springbank, ma signori, in cambio di questa bottiglia potremmo barattare il bue, l’asinello e anche alcune assi della capanna.
Sottofondo musicale consigliato: The Strokes – You only live once
