Li avevamo assaggiati a ottobre, in anteprima al Whisky Live Paris, ma sembrava brutto recensirli prima che venissero presentati ufficialmente. Sono cose maleducate, Whiskyfacile non le fa. Ma ora che sono stati mostrati (e versati) in una serata di gala al Remedy di Milano, siamo pronti per dare il nostro eccezionale contributo recensorio.
Ecco, eccezionale è aggettivo che ricorre spesso quando si parla dei rum di Velier e di Luca Gargano. Che a sua volta ha vissuto una vita tutt’altro che ordinaria, e che fra una riscoperta di Caroni e una selezione di Skeldon ha di fatto inventato il “rum paradise”, ovvero quell’empireo di distillati di canna in grado di rivaleggiare con i migliori single malt, sia per qualità sia per quotazione in asta.



Ecco, una volta creato il collezionismo del liquido, era giusto anche dare una veste artistica alle bottiglie. Per questo nel 2021 era nata la “Magnum series”, 4 imbottigliamenti realizzati anche in formato magnum e illustrati da scatti d’autore dei fotografi della storica agenzia Magnum e abbinati a un gelato Magnum. No, questo no, ma era divertente pensarlo.
Insomma, la prima serie in etichetta aveva nientepopodimenoche Elliott Erwitt, che perfino noi cavernicoli conosciamo come maestro dell’obiettivo. Quest’anno, la seconda serie è stata presentata al Whisky Live di Parigi e noi eravamo lì apposta in prima fila per raccontarvela, sotto la sapiente guida di Francesco Signa, managing director di La Maison & Velier.
Quest’anno l’artista finito sulle etichette è Alex Webb, che ha girato in lungo e in largo i Caraibi, anche se – c’è da scommetterci – non quanto Luca. Le distillerie invece sono state scelte per la loro storia, oltre che per la qualità del liquido. Gli imbottigliamenti anche stavolta sono 4 e qui vi diciamo (brevemente) come sono.

Beenleigh 8 yo ‘Alex Webb edition’ (2024, La Maison & Velier, 60%)
La più antica distilleria australiana (1884), si trova sulla costa Est, poco sotto Brisbane. Distilla a colonna la melassa e ha due magazzini di invecchiamento differenti. Questo rum invecchia nel magazzino interno, dove le condizioni climatiche sono più estreme, e invecchia in tini di legno eccezionalmente grandi. N: profumatissimo, qualcosa di unico. Ha una inspiegabile delicatezza di aromi da eau-de-vie, da cognac. Prugne, albicocche secche, pera, un’aria fresca di cioccolatini alla menta. L’alcol non è percepibile e a 60% non è roba da poco. P: fruttato e floreale, si prosegue sulla falsa riga dell’olfatto. Di nuovo prugne, mirabelle, un mix di marmellate e frutta caramellata in cui spunta anche un tocco tropicale di mango. Di nuovo alcol molto educato ma un accenno di spigoli. F: non lunghissimo, con la parte balsamica in crescita. Assenzio.
Inizio col botto, straordinaria sorpresa. Deliziosamente aromatico, con una miracolosa finezza di sentori per un rum oceanico da melassa in colonna. Mistero bello: 87/100.

Saint James 12 yo ‘Alex Webb edition’ (2024, La Maison & Velier, 45%)
Se si parla di rhum agricole, l’isola di Martinica è la Mecca e Saint James il profeta. La distilleria fondata nel 1882 ha lo stock più profondo dell’isola, distillato nelle colonne creole tipiche. N: rispetto al precedente, si entra nella tana di dolcezza del Bianconiglio, da cui provengono profumi di caramello, tarte tatin e tabacco dolce. La dimensione vegetale del succo di canna viene un po’ attenuata dal legno (qualcosa di fava tonka, anche), ma rimane viva: té iperinfuso. P: rispetto al Beenleigh, forse è meno emozionante, più standard. O forse siamo noi che quando assaggiamo i rhum agricole tendiamo ad amarli più giovani, con il succo ancora vibrante. Qui le cose si sono assestate, al netto di una bella spinta agrumata. Il palato è molto borghese, con liquirizia dolce, cioccolato al latte e uvetta. Nel retrogusto un che di caramella alla mora. F: coerente, con piccoli frutti secchi caramellati (uvetta, prugna, frutti di bosco) e un legno che vira al caffè.
Un rum tutt’altro che banale, ma più canonico, nel senso che è quel che ci si aspetta da un agricolo invecchiato. La maturazione tropicale ha estratto molto dal legno, e quindi il distillato fa un passo indietro. La gradazione ridotta a 45% non rende giustizia alla bevuta comparata coi mostri da 60%. Solidamente buono, ma nessun effetto wow: 86/100.

Clarendon 10 yo ‘Alex Webb edition’ (2014/2024, La Maison & Velier, 60%)
Posta sulla costa meridionale giamaicana, la Clarendon/Monymusk lavora con alambicco a colonna e distilla melassa. In questo caso, il mark è il CBS, uno dei meno ricchi in esteri. N: molto equilibrato, giamaicano ma “con juicio”, a dirla come Manzoni. La frutta tropicale è presente, ma non nelle smodate quantità tipiche di altri stili giamaicani. Più papaya che ananas, più pesche sciroppate che banana. Qualcosa di frutta secca, ma la cosa che più colpisce è una nota umami, che va dalla liquirizia salata al dado, fino alla salamoia. Molto curioso e intrigante. P: pieno, molto saporito come si poteva prevedere dal naso. Caramello salato, ancora liquirizia sia pura sia salata. Arachidi salate, ancora un qualcosa di olive e salamoia. Sfoggia una facilità di beva incomprensibile per la gradazione. F: lungo, avvolgente, un filo astringente ma intenso.
Un altro fuoriclasse, non solo nel senso che è buono, ma che è proprio fuori da una classe e da uno stile tipico. Un giamaicano dagli esteri limitati, con una componente sapida/saporita inedita e – cosa più importante – un equilibrio e una unicità non banali: 90/100.

Hampden 13 yo ‘Alex Webb edition’ (2024, La Maison & Velier, 60%)
Arriviamo a uno dei più vecchi Hampden mai prodotti dalla distilleria di Trelawny (Giamaica) simbolo dello stile high-esters. Solo che nella fattispecie qui si usa il mark LROK, il terzultimo come presenza di esteri, tra 200 e 400 g/hl. N: riconoscibile come Hampden, ma con una divisa ordinata da scolaretto. Nel senso che ci sono le note di mockpit, quelle di ananas e pelle di salame, ma non arrivano a quelle vette tendenti al Crystal Ball che abbiamo sperimentato in passato. La frutta un po’ extra matura (banana) è ovunque. P: pienissimo e come di consueto dal corpo enorme. Nel palato si spande e fa a spallate come a un concerto punk. La frutta tropicale detona, ananas e banana e guava dappertutto. L’invecchiamento tiene a bada gli esteri con note di cola e legno che si amalgamano con la melassa. F: un lunghissimo strascico di frutta, smalto e legno speziato.
Non un Hampden classico, ma un’evoluzione in profondità. Non siamo abituati a invecchiamenti così notevoli, che cercano di addomesticare la furia aromatica. Il risultato è un’esperienza altamente goduriosa: 88/100.
