Dalla magica saccoccia di samples che abbiamo riempito al Milano Whisky Festival come le guance di uno scoiattolo ingordo, continuiamo ad estrarre chicche. Oggi tocca a una distilleria relativamente neofita, la prima su quella specie di scoglio affascinante e selvaggio che è Raasay (per intenderci, la roccia abitata che si vede dalla costa mentre in macchina si guida verso Portree, il capoluogo di Skye). Si dà il caso che la distilleria – inaugurata nel 2017 dal taglio del nastro di quel mito dall’accento incomprensibile che è lo scrittore di whisky Dave Broom – nel 2022 abbia vinto ben due Scotch Whisky Awards: uno per la miglior destinazione turistica e uno per la distilleria dell’anno. Gioia e giubilo, soddisfazione ed entusiasmo, gaiezza e orgoglio: ed ecco che per festeggiare se ne sono usciti con un’edizione speciale di 9.500 bottiglie: un single malt da orzo varietà Concerto e invecchiato prima in botti ex Four Roses e Tennessee whiskey e in seconda maturazione in botti vergini di rovere colombiano (Quercus Humboldtii). Siamo curiosi come delle scimmie che hanno comprato il biglietto della Lotteria Italia. Il colore è oro, si beva.

N: legno e mare, binomio da amare. Come testi niente male, la rima è già meglio di quelle dei trapper di oggi. Ci sono rami verdi, cortecce, con tanto iodio spruzzato nell’aria. Un’immagine si staglia nella nostra fervida mente malata: una staccionata di legno verniciata intrisa di acqua marina. Altro che trapper, Mogol scansati! Molto giovane (la nota di pera è sempre indicativa), con canditi e lieviti, nonché limone. Il virgin oak non invade il naso di vaniglia e cocco come spesso accade, ma si mantiene su un registro più vegetale. Piuttosto, dopo qualche minuto cominciano a crescere delle sensazioni silvestri, di ginepro e pino marittimo. Più che alle Ebridi, sembra di stare in Maremma in una giornata invernale. Una dolcezza astratta – le gommose alla frutta, uva o prugna – si alterna alla mineralità, il lato più distintivo del distillato. Un filo di fumo, lontano.
P: l’impatto al palato è migliore del previsto, sembra subito meno giovane rispetto al naso. Equilibrato, più o meno sulle stesse direttrici: c’è la parte di legno acerbo, quella (dominante) della mineralità, fatta di screziature costiere, sale e uva spina affumicata, tanto che sembra quasi un Caol Ila unpeated. E poi c’è una dolcezza che qui diventa più nitidamente dettata dalle botti: vaniglia, cocco, banana anche. Un tocco di pepe dà vigore, l’alcol è ben integrato. Balena qui e là qualcosa di metallico, ma non ci sta male. I fruttini – le ciliegie nere che vanno sul gelato – fanno capolino.
F: ancora metallo, crema Danette alla vaniglia, pepe. Caramello salato e rotondità a sorpresa.
Cangiante e per nulla scontato, riesce a vestire in ogni fase una maschera diversa. Giovane e marittimo, poi dolce e metallico, infine rotondo e pieno. Il legno – seppur presente – non diventa mai dittatoriale e forse è anche dovuto alla particolarità della varietà sudamericana, che cresce ad altitudini importanti e di fatto è sempreverde. Se fossimo dei botanici vi sapremmo dire chimicamente perché quella varietà dà questi aromi, ma abbiamo studiato Torquato Tasso, il codice di procedura civile e altre cose più utili a farci vincere le partite di Trivial Pursuit in famiglia, quindi la chiudiamo qui: 85/100.
Sottofondo musicale consigliato: Shakira & Fuerza Regida – El Jefe
