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Annandale ‘man o’ words’ founder’s selection (2017/2020, OB, 62%)

Adoriamo l’odore della distilleria mai recensita al mattino presto. Odora di vittoria e un passo in più verso la cirrosi epatica. Lungi dall’essere lontanamente paragonabili a Robert Duvall in Apocalypse Now, non andiamo in Vietnam bensì ad Annan, nell’estremo sud della Scozia, a pochi km dal golfo di Solway che divide la terra di Alba da quella degli Angli.
La storia della distilleria è curiosa: costruita nel 1830, passata varie volte di mano come spesso succede, alla fine Annandale finisce tra le proprietà della John Walker & Sons, che però decide di concentrarsi sul blended di casa e di abbandonarla nel 1921. Per più di ottant’anni l’edificio ospita una fabbrica di cereali per la colazione e diventa stalla per il bestiame, salvo poi cadere in rovina. Fino al 2007, quando viene acquistato dalla Annandale Distillery Company di proprietà di David Thompson e di sua moglie Teresa Church. Nel 2014, dopo i lavori di ristrutturazione, apre il Visitor centre e viene distillato il primo barile.
Questo il passato. Il presente è fatto di un’offerta molto variegata, fatta di Rare Vintages, Vintages, Founders’ selection e altri imbottigliamenti particolari come il “Callum 529”. Noi nel bicchiere abbiamo appunto un esemplare di Founders’ Selection, l’STR cask n.324, imbottigliato a una gradazione devastante.

N. la mela al giorno che toglie il medico di torno. C’è una quantità luculliana di mele, soprattutto rosse, soprattutto la parte croccante della buccia. E poi quel profumo di tarte tatin appena sfornata, con del caramello sopra. L’alcol a 62% si fa sentire come faceva Montero sulle caviglie degli avversari, ma non guasta un naso comunque espressivo e piacevole. Confetti, gelée ai frutti rossi e un guizzo acetico proveniente dal barile ex vino: aceto di mele, di lamponi o di sherry, scegliete voi, oggi non abbiamo voglia di prendere decisioni. Legna tagliata di fresco.

P. la mela, frutto proibito nell’Eden ma evidentemente non ad Annandale, è ancora protagonista. Però stavolta è appaiata da una vinosità vibrante e fresca, fatta di pesche al vino rosso e napalm. Scherziamo, però la gradazione alcolica qui rasenta l’arma di sterminio di massa. C’è poi tutto il cabaret sensoriale degli STR casks: uvetta del panettone bruciacchiata, cacao amaro, pasta di liquirizia. Una diluizione intelligente aiuta la bevuta e lo rende molto più cremoso: gelato di Malaga e zuppa inglese. Non il whisky più adatto per i diabetici (sì, lo sappiamo che nessun whisky è adatto per i diabetici, non fateci la lezione che ormai siamo usciti dall’università da troppo tempo…).

F. astringente, dolce con ancora tanta uvetta e gelato variegato all’amarena.

Per citare un adagio mai passato di moda in Italia: questo whisky ha fatto anche cose buone. Nel senso che oltre la violenza dell’impatto alcolico e la risolutezza del barile, ci sono note da dessert molto interessanti. Mai per un istante ci dà l’impressione di essere una bevuta elegante, e d’altronde è troppo giovane per esserlo, ma a suo merito va detto che mai per un istante ci si annoia. Tanto, chiassoso, energico, un dram brusco che ti porta via senza troppe domande. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Il Pan del Diavolo – Pertanto

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