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樽 一つ目 – BOTTI DA ORBI DAL SOL LEVANTE, PARTE SECONDA: ZOETROPE PANDEMONIUM

Il tempo fugge più veloce dei capelli che cadono, quindi sembra ormai una vita fa che l’estensore di questa modesta rubrica era in Giappone a bearsi fra wagyu e templi shintoisti. Quindi urge farci raccontare da lui qualche altra esperienza nippo-whiskofila prima che i ricordi vadano persi come cellule di alcol nel sangue. Oggi ci porta di nuovo a Tokyo, in uno dei santuari degli appassionati di single malt giapponese.

Il gatto del Karaoke col ciuffo da Hitler vi saluta

Se la prima esperienza con la Tokyo del whisky non era andata malissimo, inevitabile provarci ancora, anche se non si è Sam come nel film di Woody Allen. E dunque, ci si sveglia la mattina a un’ora incredibilmente presta a causa del fuso e si progetta dove si finirà la sera, che non si può mica lasciare al caso una questione così importante.
Quindi via a fare colazione con un quantitativo di calorie che potrebbe sfamare la fascia sub-sahariana della popolazione mondiale, un’occhiata all’edizione cartacea dell’Asahi shinbun per darsi il tono del grande inviato internazionale che si tiene aggiornato con la stampa locale e via di programmazione.
La giornata prevede la visita del tempio Sensō-ji, dedicato alla dea della misericordia Kannon (e meno male che è della misericordia, chissà come si sarebbe chiamata se fosse stata la dea della guerra…), un incontro all’ambasciata italiana, giretto al santuario Meiji e visione della città dal tetto del grattacielo del Metropolitan Government building. Tanta roba. Poi, però, cena libera. E quindi l’obiettivo della serata è presto detto: sarà sushi e sarà il whisky bar Zoetrope nel quartiere di Shinjuku.
Il mio Virgilio personale, Ale Coggi che mi eterodirige da Milano con i suoi consigli, mi ha avvertito che fra i tanti indirizzi in città, questo è imperdibile. Sia per la varietà di whisky giapponesi, sia per l’eccentrico e competente proprietario. Non lo deluderò.

Per questo, una volta rientrati in albergo dopo una giornata di turismo indefesso con un’umidità del millentordicimila percento, sudato come un lavarello del lago, mi precipito in doccia per poi gettarmi alla ricerca di un sushi a Shibuya, dove alloggiamo. Ora, non è difficilissimo trovare un sushi a Tokyo, eh. Però bisogna avere idea di che cosa si cerca. Il sushi di livello, quello in cui si può vivere l’esperienza dell’omakase, in cui ci si affida allo chef e lo si ammira preparare i nighiri armato di spade degne di Ghemon di Lupin III, è servito in ristoranti piccoli, che oltre a essere costosi (pazienza, ci sta), sono anche tutti prenotati con ere geologiche di anticipo, dato che i coperti sono pochi. Quindi, per non stare a impazzire e chiamare cento locali, si improvvisa e si va secondo l’antico metodo tramandato da monaco a monaco nel corso dei secoli: a cazzo.
Con il fiuto del rabdomante di sashimi, si opta per Sushi Zanmai, che sarà anche commerciale e turistico, ma ha il pregio di avere un bel tablet in inglese che spiega cosa si può ordinare. E un menu pressoché infinito che consente di sbizzarrirsi in nighiri di molluschi probabilmente estinti e soprattutto in una degustazione di sushi di tonno di diversi gradi di grassezza. Casomai finissi condannato a morte, questo sarebbe il mio ultimo pasto. Ad ogni modo, per concludere la serata degnamente, occorre andare a Shinjuku.

La metropolitana vi verrà dipinta come un inferno alla Hyeronimous Bosch. In realtà, poichè dopo le Olimpiadi sulle indicazioni gli ideogrammi sono stati affiancati anche da diciture in alfabeto occidentale e Google Maps vi indica precisamente la via sul telefonino, non avrete a temere alcun male. In 10 minuti sono a Shinjuku, che è un brulicare di localini, e in una viuzza dalle insegne colorate e anche mediamente equivoche trovo la parola magica: Zoetrope.

Bisogna entrare in un corridoietto, prendere un ascensorino e arrivare al terzo piano. Qui, dietro una porta, c’è una semplice stanza con un bancone, sette sgabelli, tre tavolini e la più curiosa e iridescente offerta di whisky giapponesi in mescita che possiate immaginare. A servirli, lui, Atsushi Horigami, il proprietario-gestore, che si scusa in inglese perché purtroppo per un guasto stasera niente film. Già, perché l’uomo è anche un nerd del cinema che ogni sera proietta pezzi da novanta della settima arte, tanto che si mormora che il design del locale – foderato di citazioni e gadget – sia stato suggerito dallo scomparso regista Takeo Kimura. Comunque, noi siamo qui per il whisky.

“This is a Japanese whisky club, I have 150 different whiskies but no menu, so let me know what you want of you need recomendation”. Vengo accolto così.
Ancora non lo so, ma nel corso della serata sentirò la formula magica ripetersi all’ingresso di ogni singolo avventore, come un mantra.

Il luogo è suggestivo, le bottiglie a prima vista sono incredibili, e il serio proprietario ispira subito sia fiducia, sia istintiva simpatia. Sta cercando di capire che gusti abbiano quattro americani che su qualche guida hanno letto di Zoetrope e sono qui con la candida ignoranza di chi fino a ieri pensava che in Giappone si bevesse solo sakè. Io inizio con un highball, dopodiché gli spiego che sono qui per assaggiare cose introvabili in Europa, marchi che non sapevo neppure esistessero. Così, mentre accanto a me un texano gli chiede “qualcosa che somigli a un bourbon” e io vedo balenare impercettibile negli occhi di Horigami la voglia di ripetere Pearl Harbour per vendicarsi di una richiesta tanto cretina, per contrasto mi prende in simpatia. E mi propone quel che io non osavo chiedere: “Facciamo anche mezze porzioni… così da assaggiarne di più”. Horigami San, fai di me quel che vuoi.

Sakurao Sherry casks ‘Stillman’s selection’ (2022, OB, 50%)
La distilleria Sakurao sorge nell’omonima cittadina alle porte di Hiroshima, ed è “gemella” della Chugoku Brewery, produttrice di sakè. Qui si producono il single malt Sakurao e il blended Togouchi. Questa versione è invecchiata in botti di sherry. C: rame. N: dopo un primo impatto di zolfo, ecco dilagare cioccolato e gianduia, con annessa marmellata di lamponi. Il dna sporchino continua a regalare suggestioni: carne arrosto, divano di pelle umido, sottobosco. Il distillato si sente ancora. Nocciole tostate. P: abbastanza giovane, con bucce di mele rosse e ribes. Frutta acidina che si unisce al legno (noci) e a un evidente lato vinoso, secco, quasi da Madeira. Non aggraziato, ma curioso. C’è poi una nota mai sentita, che ricorda l’amarena ma non è. Con acqua, invece, esplode proprio questa amarena non dolce. F: secco, liquirizia, tabacco e uvetta (anche qui non dolce).
Come se un incantesimo avesse privato ogni nota della dolcezza. Molto asciutto, carico di sherry e legno, non il whisky più elegante dello shogunato ma per nulla male. Un punto in più per l’intensità, uno in meno per l’alcol un po’ aggressivo: 85/100.

Shizuoka ‘Zoetrope 17th anniversary’ (2017/2021, OB, 59.4%)
Quarter cask imbottigliato per l’anniversario del bar. L’etichetta è straordinaria: riproduce una delle copertine di “Air Wonder stories”, una mitica rivista fantascientifica pubblicata dal 1929 agli anni ’50. C: oro. N: una vernice senza pietà ti spana le narici. Smalto e acetone, aceto e rum, lime acidissimo, amarene sotto spirito, legno piallato. Se l’aggettivo “pungente” avesse bisogno di un esempio pratico, eccolo. Col tempo un labile accenno di torba. P: una mossa di karate in faccia. Una bordata. Vernice, ancora amarene sotto spirito. Seguite stavolta da parecchie spezie, dai chiodi di garofano alla cannella. Con acqua si moltiplica la frutta rossa (fragole, ciliegie), ma immerse nel cacao amaro. F: un accenno di fuliggine, smalto ai frutti rossi – o frutti rossi allo smalto – e spezie.
Una storia di fantascienza di quelle in cui arrivano i marziani e bombardano il pianeta e si estingue l’umanità. Acuminato, estremo, capace di metterti in difficoltà. L’antitesi dell’equilibrio compassato dei whisky giapponesi. Piuttosto una bomba che non si cura di fare vittime collaterali. Gioventù, barile e grado alto di solito non aiutano, se presi tutti insieme: interessante ma non godibile, non oltre gli 82/100.

Osuzu malt Chestnut barrel (2023, OB, 59%)
Single malt di cui non c’è traccia neppure su whiskybase. Arriva dalla Osuzuyama distillery, già produttrice di shochu e gin, che se ne sta nella prefettura di Miyazaki, nell’isola meridionale di Kyushu. Orzo maltato in casa e whisky invecchiato tre anni in barili di castagno. C: rame. N: immaginatevi di stare sotto la doccia, di aprire il rubinetto e di venire letteralmente investiti da un flusso di spezie: cannella, cumino, macis, zenzero… C’è una spettacolare sensazione di pane corso, quello con le uvette, i fichi secchi e le nocciole. Crosta bruciacchiata di panettone. Il cereale si sente, non è un solista perchè il barile spinge, però è co-protagonista. P: molto pieno, quasi foderato di sapori. L’alcol anche in questo caso è ben presente, ma è sostenuto da un palato grasso, di panettone al burro, datteri. Molto avvolgente, con guizzi di mandorle, Ratafià di ciliegie e caffè in polvere. F: lunghetto e cremoso, bacche di goji e cappuccino.
Sorpresa. Ci sono note eterodosse (evidentemente dal legno, che in Scozia è ovviamente vietato non essendo rovere), ma nel complesso interessanti. Non è però soltanto interessante, è anche molto godibile e godereccio, grassoccio e goloso. Dunque premiabile con un 87/100.

Akkeshi ‘Taisetsu’ single malt (2022, OB, 55%)
E’ il nono imbottigliamento dei 24 dedicati alle stagioni dalla distilleria situata nell’isola di Hokkaido, all’estremo nord del Giappone. Nella fattispecie, è intitolato “la grande nevicata”. L’acqua del fiume Homakai utilizzata per la produzione passa attraverso alcune torbiere. C: oro. N: verde e nervoso, con sprazzi di nudità e toni acerbi: castagna cruda, rape alla brace, anche una vena minerale di platano che ricorda il sakè. Platano grigliato, anche. Col tempo più sapido, sgombro, umami. Con acqua compare anche una nota di piselli! P: molto potente, si apre su liquirizia dolce e subito fa percepire una torba di terra rotonda. Il primo impatto è cremoso, pieno. Diverse suggestioni: carne bianca grigliata, ma anche crackers pepati, caramello e legno. Budino di vaniglia e qualcosa di mandarino. F: dolce e torbato: un pastel de nata affumicato con un crescendo di agrumi.
In extremis arriva il migliore della serata. Sicuramente imberbe ed acerbo, ma ha prima di tutto un buon equilibrio e poi ha anche una complessità del tutto insperata. Qualcuno l’ha trovato esageratamente spiritoso, ma non condividiamo la critica: è un whisky giovane molto centrato sulla materia prima, sincero e intrigante. Per noi 89/100.

Tempo di andarsene. Abbiamo bevuto (bene) abbastanza. Nel frattempo, due biologi della Virginia si sono avvicinati e dai primi timidi approcci con l’Akashi White Oak si sono spostati su “prendiamo quello che beve lui”. Sono soddisfazioni, quando si diventa influencer involontari a otto fusi orari di distanza da casa. Meno bene è andata con una turista canadese che ha prima chiesto “something agricultural”, gettando il povero Horigami nello stupore più profondo; poi ha chiesto il Nikka Coffey Malt pensando fosse whisky aromatizzato al caffè; e infine ha chiesto cosa fosse la torba. Troppo anche per il mite e paziente oste, che ha chiuso con uno sconsolato: “Sorry, my English is not good enough to explain it…”.
Maestro, grazie di tutto. Grazie di quei dram che non rivedremo mai più probabilmente. E soprattutto grazie per non averli uccisi tutti, gli americani. Sappiamo che una parte di te avrebbe potuto e voluto farlo e ti comprendiamo…

(2 – continua)

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